“Un rombo, profondo,/frena il vento su una costa, poi si sposta:/batte giù alberi, come si battono le noci./Umiliata , la montagna cambia volto,/giovani e vecchi tronchi, distesi,/una macchia bruna/sfiora le bianche lenzuola distese al sole”.
Ridesta commozione il desolato panorama di tanti boschi trentini in questa prima estate dopo Vaia. A camminare fra i tronchi “battuti giù come noci” – secondo l’immagine poetica del nostro Paolo Zanasi – si è costretti a riflettere sulla potenza delle raffiche da 150 km all’ora e sull’incolumità preservata in quella notte di “ventomoto”, come l’ha chiamato il direttore di Arte Sella
Gli operosi cantieri forestali per recuperare il legname e riaprire prima possibile i sentieri (trovate un bilancio in questo numero di Vita Trentina) così come l’impegno incessante per rialzare la comunità di Dimaro colpita dalla morte di Daniela Ramponi sono una confortante prova della volontà/capacità trentina di ripartire, guardare avanti.
Di nuovo, però, nell’inaudito”rombo” del vento sui 19 mila ettari di bosco devastati in poche ore a fine ottobre, va sottolineata
E allora? La piccola grande lezione di Vaia è che tutto il progresso tecnologico con le competenze in campo ingegneristico e previsionale non ci mettono in sicurezza: siamo ancora fragili, molto rimane da fare. Dobbiamo dirci che se a fine ottobre 2018 non si è replicata nelle conseguenze l’alluvione del 1966 è stato anche per le opere di difesa idrogeologica realizzate in questi 50 anni. Eppure non sono sufficienti, il livello dell’allarme va tenuto d’occhio. Gli anni ci presenteranno altre Vaia ed ogni elemento di rischio va monitorato; non va allentata la morsa degli investimenti in quelle opere di lungo periodo che consentono di prevenire “a monte” i danni.
Sul piano economico la reazione delle comunità locali è stata rapida, forse in ordine sparso. Sia per limitare il più possibile l’abbandono dei bosci agli insetti scolitidi sia per ricavare un profitto, magari con clienti esteri. Qui ci preme sottolineare (si veda a pg.4) la proposta della filiera solidale che è stata avviata dalla rete PECF Italia per riconoscere la qualità del legno certificato (anche il nostro giornale usa questa carta “certificata”) e premiarla col prezzo giusto in sede di mercato.
Una seconda prospettiva è ben nota agli uomini del legno: in poche ore la tempesta ha sconvolto l’aspetto delle nostre distese boschive, ha cancellato o meglio stravolto quei piani decennali di assestamento che i Comuni sono tenuti per legge a imporsi così da favorire un utilizzo equilibrato e saggio della risorsa naturale, mai infinita.
Inevitabilmente, il dopo Vaia costringe a interrogarsi sui criteri tecnici più corretti per questa gestione forestale. E’ responsabilità non solo tecnica ma di tutte le nostre nostre comunità (il bosco è un bene comune) affinché siano preservati questi polmoni verdi. Dalla prima estate dopo Vaia, le ASUC, Comuni, Comunità di valle e Provincia sono chiamati a questa nuova consapevolezza.