Contemplazione e interiorità, riposare e ripartire

Ce lo siamo ripetuti forse senza troppa convinzione che ne saremmo usciti migliori da questo periodo difficile. Eppure sono molti i segnali che sembrano dimostrare l’esatto contrario. Ricostruire relazioni non è così scontato, ripartire a lavorare, fare figli, vivere giorni sereni dopo aver vissuto o visto tanta sofferenza dentro e attorno a noi, riuscire a fare bene la nostra parte in un mondo che stenta a riprendersi, ancora convalescente, ferito.

Eppure da qualche parte si potrebbe cercare approdo per riuscire a trovare nuove energie e ricominciare e guardare avanti.

A questo dovrebbe servire il vero riposo, a ripartire. Sono sempre più convinta che quello che ci manca di più, da quando abbiamo deciso di vivere tutto di fretta, sia la capacità di riposare in noi stessi. Di fermarci. Di pregare.

Romano Guardini, in tempi anche più difficili di quelli che stiamo vivendo noi, chiamava “esercizio del raccoglimento” questa consuetudine di “rientrare in se stessi” dopo tanto “uscire fuori” e raccomandava ai giovani di non trascurare questo movimento interno attraverso la pratica dell’attenzione.

Non tutto va bene in ogni momento. Come stiamo attenti a ciò che mangiamo, perché ci nutra, dovremo stare attenti a ciò che guardiamo, ascoltiamo, tocchiamo e che entra in noi, perché ci faccia bene all’anima.

L’attenzione richiede un costante discernimento. Anche cosa fare in vacanza può diventare occasione di scegliere accuratamente ciò che può nutrire l’anima e rallegrarla. Abbiamo così bisogno di gioia. La natura nella quale siamo immersi e da cui ci stiamo sempre più colpevolmente allontanando, può venirci ancora in aiuto.

Ce lo hanno raccontato poeti, santi, scienziati. Anche papa Francesco attraverso la Laudato si’ ci ha invitati a riscoprire la bellezza della creazione, perché è dall’esperienza dello stupore che si genera la cura. La cura, come l’amore, non si riesce a comandarla, deve venir fuori da un cuore meravigliato e grato, desideroso di dialogare e ricambiare.

La custodia è una forma originaria di relazione. Ecco perché stare nella natura e riscoprirci, come il nostro santo Patrono Francesco, creature, fratelli di alberi, montagne e delle stelle può aiutarci a diventare migliori. Perché nella creazione, camminando silenziosamente nei nostri boschi, respirando l’aria pulita o guardando il mare possiamo incontrare Dio e riposare nel nostro luogo più intimo, la nostra interiorità.

La contemplazione è un tipo di attività troppo poco esplorata nei nostri progetti educativi e pastorali. Percepita come qualche cosa di inutile, infecondo, poco legato alla realtà.  Se fosse però compresa nella sua forza e potenzialità, potrebbe smuovere tutto, anche la politica. Quante sane inquietudini potrebbe generare.

Imponenti opere sono scaturite dalla contemplazione. Pensiamo solo a quanto S. Benedetto da quella grotta silenziosa, buia, fresca, ha cambiato, assieme ai suoi amici, il volto dell’Europa con i suoi campi bonificati, gli ospedali, le foreste piantate, le imprese e la cultura. Come mai non crediamo più in quell’”ora” indisgiungibile da quel “labora”?

Perché quindi non osare ancora di vivere, prima di tutto per noi e poi magari anche assieme ai nostri figli, ai giovani che ci sono affidati, esperienze forti di contatto e di dialogo con la madre terra? Basta un po’ di coraggio, basta dimenticare il cellulare a casa e togliersi le scarpe, tralasciare qualche confort e rischiare un po’ di essenzialità.

Abbiamo tutti bisogno di un contatto più radicale con la natura, di ascoltare quello che essa ci può ancora narrare con il suo linguaggio, la sua saggezza. Forse poi, impareremo a pregare. Simone Cristicchi ha scritto una canzone meravigliosa che si intitola “Lo chiederemo agli alberi”. Cosa chiederemmo agli alberi, se ci potessero parlare, in questi tempi difficili? Cosa ci risponderebbero?

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