L’ambizione e la vanità causano divisioni

Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore

«La perfezione sta nel discendere, non nel salire». È un antico adagio dei monaci del deserto, piuttosto dimenticato, o addirittura inviso alla nostra società e, in genere al modo di vivere e pensare degli uomini di ogni tempo, per i quali ciò che conta è mettersi in mostra, carpire il potere e sottomettere. Così ci si sente grandi e importanti.

Il Vangelo di questa domenica è l’opposto. C’è la richiesta dei due fratelli, Giacomo e Giovanni, decisa, perentoria: «Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo!» (Mc 10,35).
È pressione chiara, quasi un’intimidazione psicologica. É un modo di catturare Dio.

Gesù, inizialmente, risponde con benevolenza, non se la prende con quei due discepoli che dimostrano di non aver capito nulla di quanto poco prima aveva detto a loro e a tutti, e cioè che «il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani…» (Mc 10, 33 s).

È il terzo e definitivo annuncio della passione di Gesù a Gerusalemme. Eppure nessuno sembra capire. Animati dall’ambizione e dalla vanità, nemmeno i discepoli comprendono le parole di Gesù, che sono sempre state molto chiare.

Dopo il secondo annuncio della passione, ad esempio, aveva detto che se uno voleva essere il primo, doveva diventare il servo di tutti. E invece pensano: Gesù va a Gerusalemme, conquista il potere e noi non possiamo essere esclusi. Davvero il nemico di Dio, secondo il Vangelo, non è tanto il peccato, dal quale Dio può liberare, ma il potere! «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

La risposta di Gesù a questo punto diventa durissima: «Voi non sapete quello che chiedete!».
Tradotto per i cristiani di ogni tempo, Gesù dice: non capite che l’ambizione e la vanità causano divisioni, anche nella comunità cristiana, fino a portarla alla rovina.
Non si può pensare come San Roberto Bellarmino, che, interpretando a modo suo il Concilio di Trento, descriveva la Chiesa come il regno di Francia, come la repubblica di Venezia con i loro capi e i loro sudditi.

Il potere nella Chiesa non deve essere mai basato sulla sottomissione di qualcuno a qualcun altro, ma «sulla sequela di Gesù, il Signore. Perché la sequela genera da sola e da se stessa, esemplarità e felicità. È urgente che la Chiesa offra a questo mondo di tanti poteri oppressori un altro modello di esercitare l’autorità» (J. M. Castillo).
Gesù rivela a chi lo segue, magari faticosamente, il suo stile: i grandi della terra hanno l’unico obiettivo di essere venerati, esercitando un potere forte sulla gente. Ma fra i discepoli non può essere così.

Dovranno imparare, che la grandezza sta «non nell’essere serviti, ma nel servire, dove il primo lo devi cercare tra gli ultimi e il grande va scelto tra i servitori. Sono queste parole perennemente attuali. Sono una verifica sempre più stringente nel cammino vocazionale, nel cuore dei seminaristi, nell’animo di chi si appresta a servire i fratelli nella politica, nelle parole di chi insegna a scuola, nella vita di ogni credente quando fa il suo bilancio» (Giancarlo Maria Bregantini).
Quanti vogliono essere in comunione con il Dio di Gesù avranno come distintivo il servizio liberamente esercitato per amore.

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