Aspettando il Presidente, fra teatrino e decisioni

La firma del Trattato del Quirinale il 26 novembre da parte di Emmanuel Macron e Mario Draghi. Foto Ufficio Stampa Presidenza della Repubblica

L’attuale fase della pandemia è una cosa seria, ma la spettacolarizzazione che ne viene fatta lo è molto meno: fra sistema mediatico e sistema politico c’è una specie di competizione per rendere tutto più confuso.

In questo bailamme Mario Draghi ha cercato di mettere un minimo di ordine. Da persona realista e responsabile qual è sottraendosi alle aspettative di sceneggiate in cui batteva i pugni sul tavolo, annunciava decisioni supreme e roba simile, puntando invece a tenere insieme la coesione del sistema che passa, inevitabilmente, per un coinvolgimento di un largo fronte di partiti divisi fra loro e più o meno in crisi di nervi. Come ha spiegato nella conferenza stampa, il momento richiede di essere uniti e di diffondere fiducia nel futuro, pur con tutta la prudenza necessaria. A gran parte del sistema mediatico non è piaciuto, perché non coincideva con l’immagine di “Super Mario” che fa spettacolo e non è piaciuto nemmeno alle forze politiche che vorrebbero venisse a patti con loro per sistemare l’incastro fra elezione quirinalizia e continuazione dell’azione di governo. In realtà il premier ha ricordato con puntualità, assistito dai ministri della Salute e dell’Istruzione nonché dal presidente del CTS, i risultati che il governo ha ottenuto con la sua opera (tanto sul fronte sanitario e sociale quanto su quello economico) e la necessità di continuare con interventi che guardino al futuro del Paese, a cominciare dal mantenimento in attività reale del sistema scolastico (che invece appare a troppi come sacrificabile senza conseguenze). Lo ha fatto con tono pacato, senza indulgere ad alcuna drammatizzazione, ma soprattutto rifiutando di prestarsi alle schermaglie sulla questione del Quirinale.

E’ infatti poco sensato continuare a pensare che tocchi a Draghi dire se vuol andare sul Colle o meno, se è interessato o meno a continuare nel lavoro di direzione del governo. Tocca invece alle forze politiche pronunciarsi su due questioni elementari, ma basilari: 1) hanno deciso o no di puntare sulla successione del premier a Mattarella convinti che sia la persona giusta per fare il Presidente della Repubblica? (il che implica accettare che eserciti poi il suo mandato con l’indipendenza che a questo compete); 2) sono disponibili per poter avere il supporto della sua caratura a tenerlo a palazzo Chigi mettendolo in condizione di governare davvero?
I partiti non vogliono affrontare questo nodo. Alcuni perché in fondo si sbarazzerebbero volentieri di questo ingombrante personaggio che è disposto a mediare con realismo, ma non a svendere l’azione di governo per venire incontro ai loro bisogni di consenso elettorale. Altri perché sperano che la gestione dell’incertezza che si è determinata consenta loro di riguadagnare posizioni di preminenza perdute.

Tutto ciò non aiuta ad affrontare le difficoltà di questo momento. La situazione economica rimane soggetta a tensioni che derivano da fattori non in nostro controllo: aumento dei costi delle fonti energetiche, tensioni nel quadro europeo, una situazione internazionale con parecchie fibrillazioni. La stessa tenuta delle opinioni pubbliche nei sistemi occidentali (su quelli di altro tipo non si hanno informazioni attendibili) appare in questione, perché, a parte le follie delle correnti no vax più folkloristiche che altro, le mutazioni nella distribuzione del reddito che si stanno determinando producono corporativismi inevitabili (si veda per esempio la questione della crisi dell’industria dell’intrattenimento di vario tipo, che non è “essenziale” di suo, ma che ha un peso rilevante nel nostro sistema economico).

Sarebbe necessario produrre uno sforzo di tenuta del sistema, ma ciò implica la dismissione della ricerca di trarre profitto dalla crisi perché prevalga questa o quella parte, anche con le frustrazioni che ciascuna ha accumulato nei periodi passati. Al momento c’è una difficoltà che blocca tutto: la sostanziale indisponibilità di tutti ad un disarmo generale. Berlusconi mantiene in tensione l’atmosfera, Salvini non vuol rinunciare ad un ruolo di perno del sistema che si è autoattribuito e che pertanto è debole, i Cinque Stelle sono bloccati dall’inconsistenza politica di Conte e di rimpallo impediscono al PD di giocare un ruolo rilevante.

Finché non si accetterà da parte del sistema dei partiti che va consolidata la tregua che Mattarella impose con la chiamata di Draghi ci saranno speranze scarse di avere una politica “di sistema” all’altezza del passaggio davanti a noi. Una cascata di confronti elettorali (Quirinale, poi amministrative, poi elezioni politiche nazionali) purtroppo non agevola certo il processo per ritrovare l’indispensabile coesione nazionale. Forse una parte cospicua del Paese lo sta capendo, mentre le forze politiche che lo rappresentano non mostrano per ora progressi su questa via.

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