Moldavia e Georgia, incendi da spegnere

“Non immaginavo che sarei stato il Papa della terza guerra mondiale”. Con la sua immediatezza e semplicità disarmante Francesco ha voluto ancora una volta sottolineare lo stato di malessere del mondo intero. In effetti, le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina hanno un enorme impatto su diversi piani: da quello strettamente militare e dell’esponenziale crescita delle spese per armamenti in tutti gli stati del mondo fino alle crescenti difficoltà dell’economia nei paesi più poveri e lontani dal centro del conflitto. Ma come ci insegna la storia dei grandi conflitti, il rischio più immediato dopo un anno di guerra è la possibilità che essa si estenda ad altri paesi. Soprattutto se lo stato aggressore, la Russia di Putin, non sembra trovare una via per la vittoria contro la piccola e tenace Ucraina. I primi segnali di una strategia volta ad allargare il conflitto ai paesi più vicini all’epicentro della guerra si avvertono sia nella Moldavia che nella Georgia.

Nella piccola Moldavia di 2,6 milioni di abitanti ai confini sudoccidentali dell’Ucraina sono da settimane in azione gruppi abbastanza numerosi e ben organizzati di sostenitori dello zar russo che soffiano sul fuoco dei timori dei cittadini di quel paese. Timori che sono giustificati da un’inflazione galoppante del 35% dovuta in grandissima parte alla fine dei rifornimenti energetici di Mosca da cui il paese dipendeva in toto. La prima conseguenza è che circa un mese fa il governo ha dovuto rassegnare le dimissioni di fronte ai disordini provocati dai manifestanti. A salvare per il momento la situazione è entrata nel gioco la presidente della piccola repubblica, Maia Sandu, decisamente filo europea e che malgrado la pesantezza delle difficoltà economiche ha dalla sua parte il 58% dei cittadini. È a lei, infatti, che si deve l’ottenimento da parte di Bruxelles, nel giugno dello scorso anno, dello status di paese candidato a negoziare l’entrata nell’UE. Ma la minaccia di ulteriori disordini filorussi non è per nulla scomparsa, anche perché nel nord est del paese esiste il piccolissimo “stato autonomo” della Transnistria, che nessuno nel mondo riconosce, neppure Mosca, ma che è a maggioranza russofona e per di più con circa 1500 soldati russi a presidiarlo. Un fazzoletto di terra di 10 km di larghezza e 450 di lunghezza con una popolazione di 500 mila abitanti, ma che si trova incuneato fra Moldavia e Ucraina e da cui magari non possono realmente partire attacchi militari, perché troppo lontano dalle linee del fronte di guerra nel Donbass, ma pronto ad influenzare la situazione interna nella Moldavia.

Ma forse più grave è quanto sta succedendo in questi giorni in Georgia, dalla parte opposta del Mar Nero rispetto alla Moldavia, e stato chiave nel Caucaso del Sud. Entrambe sono repubbliche
ex-sovietiche e quindi prede preferite per la politica espansionistica e imperiale di Vladimir Putin. Per di più la Georgia ha già sperimentato nel 2008 la cinica volontà di potenza dell’allora  emergente leader del Cremlino che di fronte alla volontà di secessione da Tbilisi delle province del nordest, Abkhazia e Ossezia, non ha esitato un momento a inviare i propri carrarmati al di là dei confini nelle due province ribelli, da allora parte effettiva della Russia.

Nel giro di pochi anni, poi, Putin è riuscito ad ottenere in Georgia un governo filorusso sostenuto dal partito Sogno Georgiano del miliardario oligarca Bidzina Ivanishivili, liberandosi quindi dell’ex-premier filoeuropeo Micheil Saakashvili, oggi in prigione in pessime condizioni di salute.

A differenza della Moldavia, l’attuale governo non è quindi interessato all’adesione all’UE. Anzi, sta prendendo tutta una serie di misure, soprattutto nel settore giudiziario, che lo allontanano da Bruxelles. Proprio l’approvazione in parlamento di una legge liberticida, di impianto russo, sui cosiddetti “agenti stranieri”, cioè l’impossibilità ad operare per le organizzazioni non governative che ricevono oltre il 20% di finanziamenti dall’estero, ha mandato all’aria i piani sfacciatamente filorussi dell’attuale governo. La gente è scesa in piazza contro questo provvedimento e la repressione della polizia non è riuscita a domarla. Il governo ha dovuto quindi dichiarare il ritiro del provvedimento.

Esiste quindi una volontà nella popolazione di resistere alla deriva filorussa e antieuropea. La maggioranza dei cittadini teme infatti che la Georgia, pur non avendo ancora ricevuto da Bruxelles luce verde all’adesione a causa delle regressioni democratiche, finisca poi per cadere sotto il giogo di Mosca.

Questi fatti ci ricordano in parte ciò che avvenne nel 2014 a piazza Maidan, a Kyiv, allorchè la protesta della piazza obbligò il governo filorusso di Yanukovych ad andarsene per essersi allontanato dall’accordo con l’UE. La reazione di Putin fu l’annessione della Crimea e di parte del Donbass.

Il timore è che questa strategia del Cremlino si replichi anche per Georgia e Moldavia, allargando con ciò il conflitto. La chiave di volta in questi nuovi casi non è unicamente nelle mani di Biden o di Putin, ma dell’UE. Vi è infatti ancora nell’opinione pubblica di quei paesi una maggioranza a favore dell’UE. Ma Bruxelles deve reagire rapidamente e dedicare maggiori aiuti e più decisi sostegni politici, compresa l’accelerazione verso l’adesione, a coloro che vogliono sottrarsi all’influenza russa. È forse questo il solo modo di spegnere ulteriori incendi guerreschi in Europa e di evitare che le profonde convinzioni di papa Francesco si realizzino in tutta la loro gravità.

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