La COP30 di Belém si è chiusa ieri pomeriggio dopo oltre due settimane di negoziati, lasciando un bilancio fatto di avanzamenti selettivi e mancate convergenze. Da un lato, l’impegno a triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035 rappresenta il risultato più tangibile, soprattutto per i Paesi più vulnerabili. Dall’altro, l’assenza di una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili conferma lo stallo che caratterizza da anni il cuore del negoziato climatico. Il testo finale – la “Mutirão Decision” – evita di citare petrolio, gas e carbone e non raccoglie la proposta del Brasile di fissare un calendario vincolante, ma non segna un arretramento rispetto a Dubai: mantiene aperto un percorso di coordinamento sull’attuazione degli impegni già presi e sulla Missione di Belém per allineare le politiche alla soglia critica di 1,5°C. È un risultato intermedio, che non avanza quanto molti speravano ma nemmeno congela il processo.
Sul fronte dell’adattamento, la richiesta di triplicare i finanziamenti entro il 2035 si inserisce nella decisione presa a Baku di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno verso i Paesi in via di sviluppo. Si tratta di un segnale politico importante, considerando che oggi appena il 28% della finanza climatica globale è destinata all’adattamento e in larga parte sotto forma di prestiti. Tuttavia, resta una risposta parziale rispetto alle richieste dei Paesi meno sviluppati, che chiedevano obiettivi annuali vincolanti e una quota più alta di fondi a dono. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il gap potrebbe raggiungere i 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, mentre solo nel 2023 oltre 30 milioni di persone sono state sfollate da eventi estremi: il divario tra bisogni reali e capacità di risposta resta quindi profondo.
Qual è l’eredità di questa COP, guardando oltre i testi approvati? Belém ha mostrato come la diplomazia climatica stia diventando il terreno su cui si riscrivono gli equilibri internazionali. Il governo di Lula ha cercato di presentarsi come ponte tra Nord e Sud globale e, allo stesso tempo, di rafforzare il peso dei BRICS nella governance climatica, puntando a un ordine multilaterale meno centrato sull’Occidente (sugli Stati Uniti). La scelta di ospitare la Conferenza in Amazzonia non è stata solo simbolica: il Brasile ha provato a usare la presidenza come leva geopolitica. Ma il risultato finale ha messo in luce i limiti di questa ambizione, anche per l’assenza degli Stati Uniti, unico attore in grado di esercitare pressione sui Paesi del Golfo, che hanno difeso lo status quo negli ultimi due giorni di negoziato.
Fuori dal perimetro ufficiale, però, si è mossa una dinamica che potrebbe cambiare gli equilibri nei prossimi mesi. La Belém Declaration, guidata dalla Colombia insieme ai Paesi Bassi, riunisce un gruppo crescente di Stati impegnati a pianificare collettivamente l’uscita da petrolio, gas e carbone. Tra gli aderenti figurano Australia, Austria, Belgio, Cambogia, Cile, Colombia, Costa Rica, Danimarca, Figi, Finlandia, Irlanda, Giamaica, Kenya, Lussemburgo, Isole Marshall, Messico, Micronesia, Nepal, Paesi Bassi, Panama, Spagna, Slovenia, Vanuatu e Tuvalu, con l’obiettivo di costruire un multilateralismo dal basso in grado di spingere oltre il blocco negoziale. Non sostituisce l’ONU, ma apre una nuova traiettoria: può una coalizione transcontinentale di Paesi volenterosi accelerare ciò che i grandi attori frenano?
L’Italia al momento non fa parte della cordata, proprio come non è stata tra gli oltre 80 Paesi che negli ultimi giorni del negoziato hanno sostenuto con forza una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili. Una scelta che conferma l’ambiguità della posizione italiana: da un lato la retorica sull’impegno climatico e sul ruolo strategico del Paese nel Mediterraneo; dall’altro, l’assenza di un contributo politico riconoscibile nei momenti chiave del negoziato e una politica energetica ancora legata alle fonti fossili. In questo quadro, l’Italia continua a rivendicare un ruolo internazionale senza però tradurlo in leadership reale o capacità di orientare le scelte collettive.
Ma una COP non si riduce ai suoi esiti negoziali: qual è l’eredità più ampia delle due settimane di lavori e dialoghi a Belém? Prima osservazione: la società civile è tornata centrale dopo tre edizioni ospitate in Paesi a libertà limitata. Lula e il presidente della COP do Lago hanno riconosciuto pubblicamente il suo ruolo, in un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in molte regioni del mondo. La Cupola dei Popoli ha riportato al centro le rivendicazioni su giustizia, governance e diritti, mostrando quanto sia decisiva l’alleanza tra movimenti, comunità e politica ambiziosa.
Seconda osservazione: mai una COP aveva registrato una partecipazione indigena così ampia: oltre 15mila persone provenienti da tutta l’Amazzonia e da altri continenti. Il messaggio dei popoli originari – il diritto a esistere e a continuare a vivere nei propri territori – è arrivato con forza al mondo intero. La scelta di svolgere la Conferenza nel Pará, uno degli Stati brasiliani con la maggiore presenza indigena e afrodiscendente e allo stesso tempo segnato da profonde ferite ambientali, si è rivelata una scommessa vinta: la geografia della politica climatica sta cambiando e chi abita i territori non è più spettatore.
In conclusione, Belém non ha colmato il divario tra ambizione climatica e azione concreta, ma ha mostrato come la cooperazione internazionale e la mobilitazione dal basso possano continuare a muovere il negoziato. Il lavoro proseguirà alla COP31 di Antalya, sotto la nuova formula di doppia presidenza turco-australiana, dove Paesi e movimenti dovranno continuare a trasformare impegni e alleanze in azioni concrete. Con qualche punto di domanda proprio sul tema della libertà di espressione e di manifestazione, alla luce della svolta autoritaria del governo di Erdogan negli ultimi anni.