Lo spunto
Domenica si è celebrato il Giubileo dei Cori e delle Corali (22-23 novembre). Leone XIV ha paragonato la Chiesa al coro: camminare nell’unità e nella sinodalità. Citando sant’Agostino che spronava “canta ma cammina… avanza nel bene”, il Pontefice ha sottolineato che “cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza”. E, richiamando sant’Ignazio d’Antiochia, è tornato a parlare dell’unità nella comunità ecclesiale, uno dei termini cardine del pontificato, con il riferimento a una corale. “Il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio” anche se “a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi”.
M° Antonio Gasperi
Forse non è un caso che la visita di papa Leone all’antica Nicea, in Turchia, sia coincisa con il Giubileo dei Cori e delle Corali, a Roma, ché se il primo concilio ecumenico della cristianità (promosso da un imperatore, romano e laico, Costantino) si concluse fermando l’avanzata anche geopolitica dell’arianesimo che creava separatezze nelle realtà cristiane, e concordò in un testo condiviso il “Credo” che ancora rimane, dopo 1700 anni, preghiera comune a tutta la cristianità pur con le molte divisioni nel frattempo intervenute (dai cattolici agli ortodossi, fino ai protestanti).
Non è un caso, perché se allora a Nicea la “parola” del Credo divenne un simbolo di unione fra visioni diverse sulla figura del Cristo, oggi quel luogo, in quella Turchia che ancora si rivela occasione di incontri fra Europa ed Asia, fra vocazioni e testimonianze, confluenza e stratificazione di preghiera e lode verso Dio (con il primo cristianesimo di San Paolo, e poi Basilio e la Cappadocia, la Chiesa Bizantina e in seguito l’islam, fino alle ortodossie patriarcali di oggi), quel luogo così lontano potrebbe rivelarsi il crogiolo di una nuova unità possibile, una tappa nel cammino di ricomposizione cristiana auspicata dal motto stesso “unum” scelto da papa Leone per definire il suo apostolato.
Ché se le diverse visioni storiche, per non dire delle teologie, portano a dividere, gli inni di preghiera che le accompagnano e che in questi giorni proprio attorno a Nicea sono confluite in una lode di sacralità e invocazione di pace, portano invece ad unire, sono passi verso l’unità. E basti pensare alla grande tradizione della musica sacra cattolica (Cherubini, Palestrina, Mozart…) come si raccorda ai vertici raggiunti dal “protestante” Bach, alla profonda coralità ortodossa, russa ed ucraina, al “soul” di liberazione delle culture afroamericane…
Nell’attesa che anche la teologia segua (magari con il suo contrappunto) questa lode ecumenica, la prospettiva di una Chiesa “corale” unita al rilancio di una autentica ripresa, anche di studio e preparazione musicale nelle comunità cattoliche indicata dal Giubileo e dalle parole di papa Leone alla vigilia del suo viaggio a Nicea, vanno oltre l’auspicio e si presentano come un pressante invito perché ritorni nei riti, nelle funzioni e nelle orazioni religiose il canto corale.
È innegabile che la coralità sia decaduta, nonostante la buona volontà dei coristi, nelle chiese cattoliche, così come si trova in difficoltà anche nelle esperienze laiche (nel Trentino con i cori della montagna, cui sta venendo a mancare il ricambio giovanile) e questo perché nelle famiglie, nelle scuole, nelle gite insieme si canta sempre meno. Anche le sere in rifugio, occasione irrinunciabile per le “cante” fino alla generazione passata, sono diventate silenziose.
Questa solitudine, collettivamente praticata, finisce per disperdere un patrimonio secolare di armonie ed esperienze vitali che ai cori si accompagnano, e induce poi ad un vuoto interiore, premessa di scontento esistenziale se non di depressione. Lo stesso avviene in quei luoghi di meditazione “fra cielo e terra” che sono le chiese. Dentro questo scenario i segni che può portare una “nuova Nicea”, unendo le diverse coralità cristiane, possono però rivelarsi incoraggianti, anche perché si accompagnano ad una rinnovata consapevolezza, da parte della Chiesa di Roma, circa l’opportunità di rilanciare la musica sacra e la coralità, alle quali il nuovo pontefice si dimostra particolarmente attento e sensibile. Ne danno conferma le parole pronunciate per il Giubileo, ma anche il concerto programmato per Natale in Vaticano, nell’aula Nervi dove Riccardo Muti dirigerà la Messa di Cherubini.
È uno stimolo e una sfida alla quale anche il Trentino e la diocesi di Trento sono chiamati per la loro doppia vocazione alla musica corale popolare, che proprio nei cori parrocchiali trova la sua radice, e al ruolo di promozione dell’ecumenismo, indicato da papa Paolo VI. Segni importanti di una presa di coscienza sulla necessità di un rilancio della coralità sacra, in una terra conosciuta nel mondo per i suoi antichi codici musicali e per la scuola e pratica di canto diffuse nel Novecento da un sacerdote colto e illuminato come mons. Fedrizzi, stanno infatti accompagnando la testimonianza giubilare di papa Leone. “Vita Trentina” cita ad esempio nelle cronache del numero del 30 novembre i festeggiamenti a Strigno del “Minicoro Trentino Valsugana” di Franco Bulgarelli, vera scuola di coralità per i bambini, nata negli anni Settanta.
Un nuovo impegno di educazione corale si è radicato anche a Baselga di Piné, per iniziativa di don Giulio Andreatta e del M° Antonio Gasperi, compositore, organista e docente emerito di solfeggio presso il Conservatorio, che hanno avviato una sorta di “Schola cantorum”. Il lavoro più recente è costituito da tre antifone ispirate al Vangelo di Giovanni, inserite nel percorso didattico “Canto e Catechesi” con il titolo “Sinite parvulos venire ad me”, “Lasciate che i bambini vengano a me”, musica di Antonio Gasperi e commento biblico di don Andreatta. Appare questa la doppia strada da seguire per riproporre una musica sacra degna dell’antica tradizione (che non è nostalgia passata, ma stratificazione di lodi rivolte al Creatore lungo i secoli) e capace nel dialogo corale ecumenico con le altre musicalità cristiane, di riportare unità e pace non solo nelle Chiese, ma nel creato e fra gli uomini.