Santi e beati finiscono sempre sugli altari, ma non è perché la gente li affumichi a furor di candeline che la Chiesa li dichiara tali. Certo, intercedono presso Dio – si dice – cioè ci danno una mano là dove noi non possiamo arrivare, ma santi e beati sono anzitutto provocatori: così li ha definiti qualcuno. Giustamente.
Se Alfredo Dall’Oglio è proclamato beato vuol dire che la Chiesa gli ha riconosciuto la stoffa del provocatore: discreto, tutt’altro che arrogante, ma nello stesso tempo deciso, audace. è in questo la sua specialità. Come può non esserlo un ragazzo di poco più di vent’anni che, dai lavori forzati in cui si trova, scrive ai suoi: «Questa è per tutti noi l’occasione per salire più vicino al cuore di Nostro Signore… Per fortuna Lui è con me e, spesso, per tirar su di morale i compagni che si sentono tristi e abbandonati, mi dimentico per un po’ della mia pena…». E della fidanzata lontana, con la quale aveva già fatto progetti, afferma: «Le nostre lettere sono in modo così naturale il riflesso delle nostre anime, che io sono felice di ringraziare Gesù d’aver voluto per noi un amore purificato dalla separazione…». Affermazioni queste, che – data la situazione da cui provengono (deportazione sotto il regime nazista) – non possono che suonare provocatorie in una cultura libertaria (o libertina?) qual è la nostra, che favorisce il clima tiepido dell’indifferenza pagana a quello caloroso delle migliori convinzioni cristiane.
Provocatore Alfredo lo è anche sul fronte politico di questa stessa cultura, nel senso di coscienza sveglia e responsabile di fronte al mondo e al suo futuro. Era poco più che adolescente quando, già animatore della JOC (Gioventù Operaia Cristiana, francese), metteva in guardia i suoi compagni dalle suggestioni nefaste dell’ideologia nazista; scriveva sul suo taccuino di appunti: «Il Cristianesimo non può accettare questa dottrina, che si è diffusa anche a causa dell’incoerenza di certi cristiani. Il male peggiore del Nazismo è proprio il suo umanesimo pagano che rivendica la priorità assoluta dello Stato sulle coscienze di tutti». Parole semplici e chiare che, se pure con mitezza ma anche con ferma decisione, provocano e mettono in guardia al riemergere di certi “fantasmi del passato” (Sergio Mattarella) e di quei sovranismi e populismi che, ingenuamente o meno, possono dar loro consistenza e farli ridiventare realtà. Alfredo ha tenuto fede a quelle sue affermazioni d’adolescente. Le ha pagate con la vita.
Ma c’è un altro dato nella vicenda di questo nuovo beato, o meglio, provocatore, che è doveroso evidenziare. Oggi (ma, a dire il vero, da anni ormai) uno dei fenomeni che provocano opinioni divergenti e accalorate è quello delle immigrazioni. Ebbene, Alfredo – e suo malgrado, non certo per scelta – vi si è trovato immerso con tutta la sua esistenza, anzi, da prima che venisse al mondo. I suoi nonni materni erano emigrati a Stivor in Bosnia, da dove poi erano tornati in patria a piedi tirando le loro poche cose su un misero carretto. Anche i nonni paterni erano partiti per il Vorarlberg: è lì che nacque Antonio, il padre di Alfredo. La sua famiglia, agli inizi degli anni ’20, dovette fare i conti con la pesante crisi economica che costrinse il padre, Antonio, a cercare lavoro prima in Belgio, poi in Francia dove, con il resto della famiglia che lo raggiunse, dimorò in una vecchia roulotte, prima di disporre di una modesta casa decorosa. Non è spontaneo paragonare questa vicenda a tante altre di immigrati dei giorni nostri? Ma allora, per la povera gente, è sempre la stessa storia che si ripete?
Ma non finisce qui la provocazione. Alfredo sperimentò una sua personale emigrazione, non motivata da condizioni di povertà, bensì costretta da un potere arrogante e brutale che mirava unicamente ad estendersi e, alla fine, a sopravvivere. Ma quel potere è stato miseramente sconfitto. Alfredo invece no: lui è tra i vincitori, coloro che – come si canta nell’Apocalisse – «hanno amato la vita, sì… ma non al punto da non saperla donare». Ecco i veri provocatori. «Purché Dio continui ad essere l’unico Signore, vale la pena dare anche la vita», è un’espressione di Paul Claudel, poeta francese. Alfredo la conosceva. Amava ripeterla spesso. Forse presentiva che l’avrebbe sperimentata di persona.