Ormai il tempo si fa breve: o la situazione nella guerra russo-ucraina trova una qualche soluzione (inevitabilmente transitoria, col tempo poi si vedrà se e come tiene), o si va verso una crisi internazionale di notevole portata, perché si sconvolgeranno i sistemi di alleanza.
Cerchiamo di spiegarci. Se la Russia non accetta di congelare le ostilità senza avere una vittoria totale, ma accontentandosi di un riconoscimento dello status quo riguardo ai territori che ha occupato e di una modesta smilitarizzazione dell’Ucraina, la guerra riprenderà alla ricerca della soluzione finale. Il governo di Kiev si è fatto una ragione del contesto attuale ed è disposto ad accedere in qualche modo alle due condizioni: non una cessione di territori, che non è possibile per quanto stabilito dalla Carta costituzionale di quel paese (e anche dalle norme internazionali), ma una accettazione dello stato di fatto, come da un decennio è per la presenza russa in Crimea; non una smilitarizzazione pesante che sancirebbe la sua rinuncia ad essere un soggetto internazionale, ma una relativa, sufficiente a contenere un attacco russo nell’ipotesi che questo genererebbe un deciso intervento di sostegno da parte dell’Europa e magari anche degli USA.
La soluzione che si prospetta non è “giusta”, ma è senz’altro ragionevole e accettabile. Non per caso Leone XIV ha gridato che la pace è possibile ed ha riconosciuto che l’Europa, ma in specifico anche l’Italia possono avere un ruolo importante nell’avviarla.
Quel che ci si rifiuta di considerare è cosa può accadere se Putin, come purtroppo sembra stia accadendo, si intestardisce a volere con Kiev la pace cartaginese, quella che annienta per sempre il nemico. Sia in Europa che anche nelle componenti responsabili della politica italiana (sia quelle governative che quelle dell’opposizione) prende forma uno scenario agghiacciante: la Russia spinge ancor più a fondo la sua guerra barbarica e nello sforzo dovuto e inevitabile di sostenere la resistenza ucraina si viene trascinati in guerra, perché Mosca insisterà con provocazioni pesanti, saranno necessarie risposte e la famosa escalation (parola nota alla generazione di chi scrive per le vicende del Vietnam) prende corpo e non si sa dove conduce.
La UE, ma ormai nella formazione che include anche paesi esterni come Gran Bretagna, Norvegia, Canada, deve decidere una linea strategica e l’occasione sarà il summit del 18-19 prossimi. Non è questione di mostrare i muscoli con Trump e soci che attaccano il nostro continente come soggetto destinato ad una decadenza con crisi di civiltà, ma di muoversi su due crinali difficili. Il primo è elaborare una strategia di sostegno all’Ucraina che abbia la consistenza per far comprendere a Putin che almeno per due anni la guerra di logoramento continuerà (nella convinzione che la Russia non possa permetterselo). Il secondo è dare corso ad una ristrutturazione della UE che faccia capire alla attuale dirigenza americana che sbaglia del tutto non solo nell’immaginarsi la crisi mortale della nostra civiltà, ma nel pensare che la attuale semi-confederazione possa essere destabilizzata e smantellata sbarazzandosi di un pericoloso e corposo soggetto internazionale in grado di gestire una presenza con cui fare i conti.
Come si colloca l’Italia in questa difficile congiuntura? Con non pochi problemi. Il più evidente è la posizione dell’attuale governo che è attratto dalla prospettiva di una relazione speciale con Trump (meno di quel che si creda con l’ideologia Maga che lo sostiene). È anche il più facile da gestire, perché Meloni è abbastanza pragmatica da navigare tenendo insieme capra e cavoli (del resto non è che i principali governi europei facciano molto di diverso…). Il problema più complicato è dover gestire la contingenza con una opinione pubblica spaesata, comprensibilmente preoccupata di perdere la tranquillità dell’ultimo cinquantennio, e dunque facile preda dei populismi di vario colore che illudono la gente che davvero, come dice una battuta un tempo in voga, si possa fermare il mondo per farci scendere. A questo si aggiunge una situazione politica meno stabile di quel che si sostiene. I partiti sono in competizione feroce fra loro, spesso scendendo al livello di una guerra per bande, la soluzione di molti nostri nodi strutturali richiederebbe una revisione radicale del nostro modo di organizzazione di buona parte della sfera pubblica, vittima da molto tempo della politica di distribuzione clientelare dei vantaggi.
L’urgenza della conflittualità internazionale ci costringerà a fare scelte e a pagare prezzi, ma non sarà cosa né semplice, né tranquilla.