Lo spunto
“Questa edizione di Strenna Trentina esce in un anno che porta le Olimpiadi invernali nella nostra terra. Migliaia di atleti, dirigenti e appassionati degli sport bianchi arriveranno in Trentino e il fascino naturale delle nostre montagne raggiungerà attraverso i media ogni angolo del mondo. Ci auguriamo che lo spirito di Olimpia – che significa rispetto, fraternità e cooperazione – possa soffiare forte nei nostri boschi, ed essere rilanciato dai nostri trampolini per portare amicizia fra gli uomini e i popoli.”
Diego Andreatta (Strenna Trentina 2026)
È bella l’immagine dei trampolini per i salti con gli sci nei boschi sopra Predazzo che “rilanciano” gli sport invernali, restituendoli allo spirito originario, che è poi quello dell’immersione in una natura spesso difficile, non quello contabile dei passaggi ai cancelletti degli skipass (ad ogni “bip” qualche euro resta sulla neve, ma la montagna sembra nascondersi sempre più lontano).
Il fatto che la “Strenna”, divenuta ormai una tradizione nelle case dei Trentini, abbia voluto dedicare il suo numero per il 2026 alle Olimpiadi che si terranno nelle Dolomiti (assieme a Milano) non significa che l’almanacco si sia allineato al marketing imperante attorno a questo appuntamento. Che – va detto nemmeno tra parentesi – non è privo di contraddizioni come molti osservatori hanno rilevato, anche perché l’abbinamento con la metropoli milanese, che pur si colloca fra le capitali della regione alpina, rischia di marginalizzare le località di montagna minori a fronte di presenze e mentalità urbane verso le quali vorrebbero-dovrebbero porsi come alternativa.
La scelta della redazione di Strenna esprime piuttosto la speranza che i luoghi di montagna sappiano nuovamente trasmettere il loro spirito di rispetto verso la natura, di cooperazione fra gli uomini, le donne, i bambini, tornando ad essere orgogliose del loro spirito di pace e del ruolo storico di rifugio per gli espulsi, i fuggiaschi, le minoranze politiche e religiose.
Solo così potranno interpretare, oggi, nuovi tempi di speranza a fronte di guerre che si moltiplicano, testimoniare sobrietà verso gli eccessi del consumismo, reagire all’omologazione, evitando di trasformarsi in soli contenitori turistici per diventare invece nuovi germogli di civiltà.
È questo anche il messaggio complessivo della “Strenna”, a partire dalla copertina che rappresenta un bosco, tratto da una bella incisione di Raffaele Franzoi: una foresta di alberi annosi che offre calore e protezione, ma sembra attendere che nuovi germogli nascano dalle loro radici.
Anche il filo conduttore degli articoli persegue la stessa traiettoria: ritornare a momenti e memorie del Trentino nelle sue vicende passate non per smarrirsi nella nostalgia, ma per trarne riflessioni e “comprensioni” sul nuovo che avanza.
Risulta preziosa, in questa prospettiva la classica rubrica d’apertura “Cose di cinquant’anni fa”, curata per lunghi anni da mons. Armando Costa ed ora ripresa dal direttore Diego Andreatta, che ci ricorda alcuni fra i principali eventi del 1976. In particolare, la tragedia del Cermis, nel mese di marzo, con i 42 morti nella cabina della funivia precipitata; la chiusura dell’Italcementi, con i 120 dipendenti posti in cassa integrazione; il devastante terremoto del Friuli che avviò poi lo straordinario impegno del volontariato trentino per la ricostruzione e la ripresa.
Fra gli articoli almeno due meritano una segnalazione speciale: una ricostruzione (a firma di Alberto Folgheraiter) della nascita nel 1926 del settimanale “Vita Trentina” dopo la devastazione operata dalle squadracce fasciste nella redazione de “Il popolo trentino” di Alcide De Gasperi (una rivista fondata, su impulso dell’allora vescovo Celestino Endrici per non far tacere voci libere) e l’incontro estivo con i Circoli trentini del Brasile, firmato da Maurizio Tomasi, che riferisce delle tradizioni e dei legami mantenuti vivi dopo l’emigrazione oltreoceano partita oltre un secolo fa.
Sono tessere di un mosaico di vite vissute che mostrano come i tempi fossero difficili anche in passato, ma come lo spirito dell’identità trentina abbia saputo superare le difficoltà e far nascere nuovi germogli dal vecchio tronco.
È l’augurio che la Strenna porge dai tavoli delle case, dove potrà a lungo rimanere nel 2026 aperta alla lettura e alla curiosità delle vecchie e delle nuove generazioni, ma anche ai trentini residenti all’estero, per lavoro o per studio, ai quali può essere inviata perché non si dimentichino della loro terra e di chi in molti casi ne attende il ritorno.