Più che mai si pone ora per l’Italia il problema del modo di stare in Europa. Il complicarsi tanto del quadro internazionale, quanto di quello degli equilibri economici e politici all’interno della UE costringono, o piuttosto dovrebbero costringere la nostra politica a misurarsi con il ruolo che intende affrontare fra Bruxelles e Strasburgo, ma soprattutto nei rapporti con i partner che incontrerà nel cruciale Consiglio Europeo del 18 e 19 dicembre.
Il quadro internazionale è ancora dominato dalla questione ucraina, che, se possibile, diventa sempre più contorta anziché semplificarsi. I termini del problema sono abbastanza facili da spiegare. Si chiarisce sempre più che non è in un accordo fra USA e Russia che esso troverà soluzione, nonostante quel che sembrava. Putin non è disposto a cedere e Trump non ha né l’interesse né le possibilità di costringere Kiev alla resa: questo è il nocciolo della faccenda. Il tycoon si illude che i suoi uomini d’affari (che questo sono, anziché diplomatici) possano trovare il bandolo della matassa con il ricatto verso Zelensky, che invece ha imparato a mostrarsi cedevole, salvo mettere gli americani di fronte a quel che significherebbe darla vinta ai russi, sicché la struttura profonda del sistema di potere a Washington spiega al presidente che così si mettono le premesse per un futuro complicato. Ciò che permette all’Ucraina di non cedere è il sostegno europeo: incerto, scalcinato fin che si vuole, ma sufficiente a consentire il proseguimento della guerra.
Trump, al di là delle sceneggiate, non vuole questo e non vuole nemmeno spingere troppo avanti quella rottura con l’Europa che gli suggeriscono i disinvolti teorici della destra estrema americana (e anche Putin). Per cui deve mostrarsi disponibile a non sostenere a fondo l’imperialismo russo, mentre al tempo stesso chiede agli europei di esplicitare fino a che punto possono farsi carico della situazione di fronte all’ottusità russa.
Ecco il primo scoglio per l’Italia. Il governo ha una maggioranza che non lo supporta in una politica di piena adesione alla posizione dei “volonterosi”, ovvero il cuore dell’Europa che prova ad agire da potenza, e al tempo stesso non vuole perdere un rapporto particolare con l’amministrazione Trump, perché lo considera il suo peculiare punto di rilevanza. L’opposizione non solo è divisa sull’atteggiamento da tenere circa la resistenza ucraina, ma non ha una visione politica chiara né fra i fautori della pace alla russa, né fra quelli che sono perplessi nel darla vinta allo zar di Mosca. Risultato: Meloni al Consiglio Europeo navigherà più o meno a vista.
Non bastasse questo ci sono alcuni nodi economici che non sono affatto semplici da sciogliere, perché anche qui non sono state elaborate visioni politiche solide né nell’ambito governativo, né in quello delle opposizioni. Partiamo dal tema dell’accordo da concludere finalmente con una serie di paesi dell’America Latina (il Mercosur). Ci sono grosse preoccupazioni soprattutto nella nostra industria agro-alimentare sulla concorrenza di paesi che possono produrre al di fuori delle strette regolamentazioni europee e riversarle sui nostri mercati. Non è un problema che ci poniamo solo noi, la Francia ha una posizione molto simile tanto che si parla di un asse italo-francese per contenere se non per bloccare o rinviare l’accordo. Può darsi che a sciogliere i dilemmi concorrano perplessità sull’operazione che adesso arrivano anche da paesi latino-americani che non vogliono accettare i vincoli sul loro modo di produrre che sarebbero inevitabili in un accordo con la UE.
Veniamo poi al tema della marcia indietro sulla questione dei motori elettrici. Qui l’alleanza sembra essere fra Italia e Germania, perché le aziende dell’automotiva dei due Paesi sono da tempo contrarie alla svolta ideologica “green” che era stata messa in piedi. Il fatto è che il superamento della scadenza del 2035 come data in cui non si potranno più immatricolare veicoli con motore termico è molto criticata: un po’ perché per salvare la faccia con le pulsioni ecologiste si sono messi vincoli meno stringenti, ma comunque non semplici, molto più perché la sfida dell’elettrico è ormai scattata con l’industria automobilistica cinese che invade i mercati europei con i suoi modelli conformi a quelle tipologie, ma con prezzi assolutamente competitivi.
Abbiamo citato tre questioni nodali che certo non sono le sole a porre problematiche alla gestione di una UE che ha carenza di leadership e di grandi visioni per cui se non tutto, molto finisce in un gioco di alleanze e competizioni, più che mutevoli e flessibili, fra i 27 capi di governo. L’Italia non sembra ben attrezzata né ad assumere una leadership per orientare politiche comuni, né a trovare una collocazione stabile in un blocco di alleanze che le consentano comunque di stare al centro delle varie tele che si vanno costruendo.