La notizia
«Me l’hanno ucciso»: questo il grido agghiacciante della mamma di Paolo Eccher alla notizia che il figlio quattordicenne era stato trovato morto in una camera dell’albergo Posta di Trento. «Me l’hanno ucciso»; un grido che può essere considerato da qualcuno come comprensibile esagerazione di una madre straziata, mentre è l’analisi più vera, anche se drammaticamente sintetizzata in un grido, quasi un dito alzato in segno di maledizione contro gli anonimi assassini e contro la società. È quello che non vorrebbe sentirsi dire chi, per esempio, pensa che una madre non ha diritto di accusare altri perché tale è la vita quale l’educazione; chi ritiene di aver le mani pulite perché ha sempre avversato la droga; chi lamenta che di fronte a questo fenomeno non si è abbastanza duri e repressivi; chi dice con sicurezza: ai miei figli non succederà mai una cosa del genere perché li so controllare; chi ritiene che tragedie come quella di Paolo possono succedere solo nel mondo squallido del furto, della prostituzione, del luridume fisico e morale, mentre lui vive in un mondo pulito, asettico, curato.
Vita Trentina n. 25 – 19 giugno 1975
La morte di Paolino Eccher il ragazzo minorenne trovato esanime in una camera d’albergo del centro storico, stroncato da un’overdose di eroina, colpì Trento come uno shock e segnò una frattura nella stessa percezione che la città aveva di sé stessa. Non più la città degli alpini, del Concilio, di Battisti, De Gasperi e neppure quella sessantottina della contestazione, ma la città dove proprio i giovani, speranza e promessa di futuro, morivano – venivano fatti morire – da quella pestilenza che era la droga, sempre più diffusa, non più legata ai miti liberatori dell’oriente esotico o delle illuminazioni sciamaniche, ma cinicamente diffusa proprio per depotenziare ogni volontà di cambiamento e soggiogare a nuove dipendenze le giovani generazioni. Una schiavitù contro ogni alternativa e riscatto, ritenuta a lungo limitata a fasce marginali ed emarginate, mentre invece uccideva vite innocenti.
Il grido disperato della madre “me l’hanno ucciso!” segnò, in questo senso uno spartiacque, un confine, fra il prima e il dopo, spazzò via pregiudizi e antiche certezze e aprì una stagione di inquietudini, ma anche di nuova consapevolezza. L’inquietudine riguardava tutte le famiglie, perché la morte di Paolino era in agguato per tutti i genitori: nessuna condizione sociale ed economica costituiva un riparo.
L’inquietudine ebbe forse un effetto sociale unificante perché divenne quasi un “comune sentire” al di sopra di ogni separatezza nello status di vita e nelle condizioni di lavoro: primo impegno di ogni genitore divenne far sì che i propri figli non cadessero nella morsa della droga. Ma al tempo stesso si verificarono divisioni negli atteggiamenti educativi, fra chi riteneva necessaria la strada del rigore e chi, invece, quella di un maggior permissivismo nel presupposto che consentire ai giovai gli stimoli che desideravano e ricercavano (nei consumi e nei divertimenti soprattutto) li avrebbe allontanati dalla tentazione di smarrirsi in vie di fuga autodistruttive. La consapevolezza riguardò invece una nuova presa di coscienza sul fatto che dalla droga e dalle sue dipendenze, da soli, è ben difficile, per non dire – stando alla casistica – impossibile uscire. Fu una consapevolezza che si manifestò attraverso una mobilitazione del volontariato, ma anche con interventi pubblici e impegni politici a livello provinciale, con il potenziamento del Centro antidroga (e non può essere dimenticato il ruolo pionieristico avuto da don Valerio Costa, con le prime iniziative presso la parrocchia di San Pietro e poi con la comunità di Camparta, su un terreno messo a disposizione dai padri Cappuccini).
Ulteriori iniziative (fino al Sert provinciale) seguirono il diffondersi della droga pesante negli anni Settanta ed Ottanta, o meglio “delle droghe”, con il passaggio dall’eroina all’aggressiva cocaina e a molte sostanze sintetiche spesso sempre più temibili come gli attuali risvolti internazionali fra Stati Uniti ed America Latina confermano e come il risultato di approfondite inchieste locali da parte di magistratura e forze dell’ordine hanno evidenziato, rivelando un’estensione delle sostanze anche in ambienti che a prima vista parrebbero doverne essere immuni.
Una ricostruzione dettagliata del fenomeno e delle iniziative per contrastarlo si può ricavare dal secondo volume “Dizionario del Trentino” redatto da Mauro Lando per l’editore Curcu & Genovese, pagine dalle quali risulta come dopo la morte di Paolino le overdose e le infezioni stroncarono numerose altre giovani vittime nell’abbandono dei vicoli del centro storico e come al tempo stesso il tragico interrogativo che Vittorio Cristelli si poneva su Vita Trentina, quasi a corollario del grido disperato della madre di Paolino, resti ancora aperto: “Perché uno si dà alla droga?” si domandava don Cristelli, “e perché è così facile trovarla”? La prima domanda è forse la più difficile e chiama in causa la disattenzione di troppe istanze sociali verso le incertezze e le tensioni dell’età adolescenziale.
Non bastano gli affetti, ma nemmeno una scuola facilitata, accondiscendente, per evitare il malessere esistenziale di tanti adolescenti, le spinte a ricercare vie di evasione che vengono presentate facili, a portata di mano, ma che creano dipendenza fisica, non solo psicologica. Occorre una società più giusta? Forse non basta neppure un ideale se mancano alternative pratiche (di lavoro?, di impegno?) che rafforzino il rispetto per sé stessi.
Non esistono ricette pronte, ma forse alcune “uscite di sicurezza” all’attuale sistema di relazioni potrebbe essere sperimentato. Anche per quanto riguarda la diffusione un’attenzione più attenta davanti alle scuole e nei luoghi “sensibili” potrebbe essere esercitata, nonostante il grande, meritorio impegno profuso da magistratura e forze dell’ordine per tagliare i canali internazionali di rifornimento delle sostanze, canali mossi dagli interessi consumistici e dalle mafie.
Controlli più attenti, sia sulle grandi spedizioni via tir o container, sia nei passaggi finali (accompagnati ad una riflessione sui giudizi e sulle pene ai fermati) potrebbe forse servire almeno a depotenziare la diffusione di sostanze, proprio nel ricordo di quella vittima che fu Paolino Eccher, prima di una lunga serie, perché vittima non è solo chi è scomparso, ma tutte le famiglie che dalla droga sono state e vengono travolte.