Espansionismo trumpiano ed Europa, la ripresa della dottrina del “giardino di casa”

Era difficile pensare a livello internazionale ad un modo peggiore per iniziare il 2026. Il “rapimento” a Caracas di Nicolas Maduro da parte della Delta Force americana era davvero inaspettato. Non che mancassero i segnali di un assedio militare americano: oltre 35 imbarcazioni e più di 100 morti per missili lanciati indiscriminatamente contro navigli che si supponeva trasportassero droga dal Venezuela verso gli Usa; il bombardamento di un porto che si sospettava ospitasse le suddette barche. Il tutto, naturalmente, senza alcuna prova evidente. Ad aumentare la pressione Donald Trump decideva poi l’invio di un’impressionante flotta navale con la portaerei Gerald Ford e 10.000 marines pronti allo sbarco. Insomma, qualcosa doveva accadere. A sorprendere tutti è stato invece il prelievo forzato del presidente Maduro con un’operazione di intelligence che necessariamente deve aver potuto contare su estese complicità da parte venezuelana. Non si è infatti assistito ad alcuna reazione difensiva da parte di quell’esercito e dei suoi apparati di sicurezza. Insomma, la trama di un avvincente film hollywoodiano. Invece si tratta molto più drammaticamente della fine ormai accertata del vecchio ordine mondiale e di qualsiasi parvenza di rispetto del diritto internazionale.

Ma che cosa ha realmente spinto Donald Trump a mettere nel mirino il Venezuela e il suo presidente? Cominciamo con lo sbarazzare il terreno da alcune frottole raccontate dallo stesso Trump. Non può essere davvero la droga il fattore scatenante di questa operazione. Il Venezuela non è produttore, ma semmai fornisce la logistica per il trasporto negli Usa della micidiale sostanza. Un rapporto della DEA, l’agenzia antidroga americana, certifica infatti che il traffico di stupefacenti avviene per ¾ sul versante del Pacifico, via Colombia e Messico, e solo per ¼ attraverso i Caraibi. Per di più la droga più mortale, il fentanyl, è prodotta in Cina e molti paesi contribuiscono a trasportarla negli Usa. Non è neppure l’ansia di Trump di “cambiare il regime” in Venezuela dopo i brogli elettorali dell’ultima tornata e di riportare la democrazia. Non è certamente questo il sentimento di un presidente americano che nel gennaio del 2021 ha favorito apertamente l’assalto a Capitol Hill, il tempio della democrazia americana, per negare la vittoria di Joe Biden. I veri obiettivi sono altri e ben più preoccupanti.

Il primo è che con questa mossa Trump ha enfatizzato il principio internazionale delle zone di influenza delle grandi potenze. Ha addirittura ripreso e rafforzato la cosiddetta dottrina Monroe del 1823 che, contro il colonialismo spagnolo di allora, dichiarava l’America Latina di sola competenza degli Usa. Nel suo recente documento sulla sicurezza nazionale Trump in effetti afferma che qualsiasi deroga a questa dottrina (Corollario Trump) sarà combattuta con tutti i mezzi, compresi quelli militari. Il Venezuela, da questo punto di vista, si era trasformato negli ultimi 20 anni in un avamposto degli interessi militari ed economici di Russia, Iran e soprattutto Cina.

Proprio la Cina, il vero sfidante mondiale degli Usa, ha fatto scattare la molla dell’interventismo di Trump che ormai considera Pechino il vero nemico di Washington. Ma questa teoria del “giardino di casa” delle potenze mondiali finisce anche per giustificare l’operazione militare speciale di Vladimir Putin contro l’Ucraina. Solo che nel caso della Russia l’intenzione dichiarata di catturare nei primissimi giorni dell’attacco Volodymir Zelensky non è riuscita e Mosca si è impantanata in una sanguinosa guerra che sta entrando nel quinto anno. La resistenza del popolo ucraino, per di più, non ha nulla da spartire con i venezuelani che si sono tenuti ben distanti dal manifestare massicciamente per il regime di Maduro. Tuttavia, è possibile trovare qui il vero terreno di intesa fra Trump e Putin che tanta incertezza sta provocando sul futuro di Kyiv.

Diverso rischia invece di essere il discorso sulla Cina e Taiwan. Per Pechino l’isola fa parte della Cina e non è solo zona di influenza. Che farà Washington allorché Xi Jinping darà l’ordine di invaderla? Il precedente americano in Venezuela non aiuta.

Infine, la seconda ragione dell’assalto a Caracas è da ricercare nelle enormi riserve petrolifere, le maggiori al mondo, del Venezuela. Oggi per l’obsolescenza degli impianti e per le sanzioni americane Caracas estrae solo lo 0,8% a livello mondiale. Ma domani? Già Trump ha dichiarato che le grandi imprese petrolifere americane se ne occuperanno direttamente. Le borse del mondo intero hanno festeggiato questa prospettiva. Il problema è però quello di vedere dove si fermerà Trump e come riuscirà a gestire questa enorme sfida se è vero, come ha dichiarato, che sarà lui ad occuparsi della transizione in Venezuela e che i prossimi obiettivi della politica del “giardino di casa” saranno Cuba, la Colombia e magari anche il Messico. Ma attenzione alla reazione politica dell’insieme dell’America Latina perché è proprio in quell’area che è nato lo slogan “yankee go home”. Se aggiungiamo poi la Groenlandia, regione autonoma della Danimarca e membro quindi della Nato e indirettamente dell’UE, c’è davvero da preoccuparsi.

L’espansionismo trumpiano finirà per entrare anche in casa nostra. La balbettante Ue di questi anni e giorni, resa ancora più remissiva di fronte alla prepotenza del suo ex-alleato, dovrà davvero preoccuparsi di non finire in mille pezzi come desiderano sia Trump che Putin.

vitaTrentina

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