L’Europa e l’Italia fanno i conti con re Trump

Il progredire della politica neo imperiale di Trump compatta l’Europa: al contrario di quanto si augurava il tycoon, è quanto sta accadendo. Come sempre non avviene in maniera strombazzata e palese, ma avviene, e la presenza in questa dinamica dell’Italia guidata da Giorgia Meloni è molto significativa. I riflettori sono puntati sul modo in cui Trump è intervenuto in Venezuela: tecniche certamente fuori del perimetro delle leggi internazionali (che peraltro da tempo non si riescono a far rispettare), ma anche dirette a destituire un dittatore senza scrupoli (che poi riescano così a restituire quel paese alla democrazia è tutto da vedere – e forse non è neppure l’obiettivo di Trump). La questione che sta davanti all’Europa, e quindi all’Italia che in quest’ambito si muove, è però oggi incentrata su due altri nodi, visto che sulla questione venezuelana si può fare poco più che spendere parole.

I nodi sono quello della Groenlandia, inopinatamente sollevato da un Presidente che sembra parlare per esibizionismo, e l’Ucraina.

Sul primo tema è davvero in gioco la soggettività dell’Europa quale Unione politica e, come ha giustamente detto la premier danese, la sopravvivenza della Nato nel suo significato storico. Infatti, quell’isola è parte di uno Stato della UE (sia pure con uno statuto particolare, su cui vuole far leva Trump) e di uno Stato membro dell’Alleanza Atlantica. Gli USA non possono pretendere di disporne addirittura minacciando di farlo con la forza, a dispetto della duplice natura di quel territorio.

Di conseguenza la riunione del 6 gennaio a Parigi, che univa in una forma giuridicamente un po’ anomala, la UE e la Gran Bretagna, con la presenza anche di rappresentanti americani e di Zelensky, si è pronunciata con chiarezza per il respingimento di qualsiasi azione unilaterale americana per il controllo della grande isola.

Il fatto che su questo punto ci sia stata compattezza anche con la partecipazione della nostra premier Meloni è molto significativo: testimonia che, almeno fino ad oggi, le aperture italiane verso Trump si arrestano di fronte alla sua volontà di disgregare l’Europa (come lui ha sprezzantemente ribadito in una conferenza stampa). Il governo italiano, almeno nei suoi gruppi dirigenti responsabili (lasciamo perdere i Masanielli fuori tempo che nel nostro paese non mancano mai) è consapevole che l’appartenenza al blocco europeo è per noi indispensabile.

Qui entra in gioco la vicenda ucraina. Anche su questo punto l’Europa offre una sua presenza sulla scena che va al di là delle retoriche ufficiali. Ribadire che come soggetto collettivo ci si impegna per garantire la sicurezza e la sopravvivenza dell’Ucraina anche di fronte ad un attacco russo dopo che si fosse raggiunto un congelamento del conflitto (continuiamo a pensare che sia troppo ottimistico chiamarlo pace) non è una vaga affermazione di buona volontà. È vero che la disponibilità a mettere a disposizione truppe sul terreno a salvaguardia degli accordi al momento coinvolge appieno solo la Gran Bretagna e la Francia (che peraltro sono le componenti militarmente più attrezzate per questo compito) con l’aggiunta di una disponibilità spagnola, che però sembra più di rappresentanza che altro. Ma è altrettanto vero che il cuore della decisione non sta nell’inviare truppe durante la fase di congelamento del conflitto, ma nella sottoscrizione unanime del principio di obbligo di intervento nel caso di una ripresa dell’invasione russa. Questo lo ha sottoscritto anche l’Italia del governo Meloni: la sua affermazione che nella fase di peace keeping non invieremo truppe, è solo una concessione facile sia a Salvini che al neutralismo bolso di una parte della opposizione, perché non è di soldati sul terreno che c’è bisogno in questo momento. Poi, che l’Europa si compatti nel contenere l’imperialismo di Trump lo vediamo anche da un altro episodio.

Il 7 gennaio i ministri europei dell’agricoltura firmano a Parigi il Mercosur, l’accordo che amplia la libertà di scambi e commerci fra alcuni paesi dell’America Latina e l’area UE. Una intesa a lungo tenuta in stand by per le opposizioni delle organizzazioni agricole di Italia e Francia, che temono una concorrenza di prodotti sudamericani a buon prezzo perché coltivati senza i limiti delle rigide legislazioni europee. Opposizione ora risolta garantendo ai nostri agricoltori fondi di copertura europei. Si tratta, è bene sottolinearlo, di una operazione che consolida un interscambio fra Europa e Sud America, creando per entrambi un enorme mercato di sviluppo e mitigando per quei paesi la loro dipendenza dalla presenza dell’economia americana (notoriamente piuttosto aggressiva).

Passi avanti, per quanto confusi e controversi, dell’Europa nel contesto sempre più pericoloso dell’affermarsi dei vari neo imperialismi.

vitaTrentina

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