Il tempo di entrare in vigore, e già si leva qualche critica alla riforma dell’Azienda sanitaria trentina, che diventa Asuit.
Mentre il presidente dell’Ordine dei Medici Giovanni De Pretis richiama l’attenzione su problematiche ben note, come la carenza di medici, i macchinari spesso obsoleti e le strutture già al limite, la Consulta provinciale per la salute, con una nota della sua presidente Elisa Viliotti, mette in guardia sul rischio di accentuare la distanza tra centro e periferia, e soprattutto sull’assenza di una visione capace di unire dimensione sanitaria e dimensione sociale.
Viliotti, come vedete la trasformazione dell’Apss in Asuit?
Certamente il coinvolgimento dell’Università darà una forte spinta ad allineare l’attività sanitaria pubblica ai più elevati e moderni standard assistenziali, con l’uso degli strumenti digitali, mettendo la ricerca al servizio di una migliore e più equa sanità. Auspichiamo che nel Protocollo di Intesa siano fedelmente perseguiti gli obiettivi fissati dalla Legge provinciale 16/2010, in particolare che la ricerca sia orientata alla salute pubblica, e che siano coinvolte nell’attività di ricerca, oltre a Medicina, tutte le Facoltà, in particolare Sociologia e Ingegneria, sia informatica che ambientale.
Quali le criticità che intravedete?
Nel passaggio da Apss ad Asuit fatichiamo a riconoscere elementi di reale discontinuità: la riforma non appare in grado di intercettare le sfide poste dalle grandi trasformazioni in corso, dal PNRR al riordino della medicina territoriale e della rete di prossimità, né di tradurle in un disegno unitario capace di integrare in modo coerente anche la dimensione sociosanitaria. Il rinvio ad un distinto disegno di legge della disciplina dell’integrazione sociosanitaria – che avrebbe dovuto coinvolgere in modo organico Comuni, servizi sociali, Terzo settore, Case della Comunità, medicina generale e territoriale – evidenzia l’assenza di una vera integrazione tra i sistemi e di una governance unitaria in grado di fare sintesi tra questi soggetti, condizione indispensabile per politiche sociosanitarie realmente integrate e prossime ai bisogni delle persone.
Con quali conseguenze?
La scelta di non adottare un modello organizzativo che includa e integri pienamente anche la rete territoriale diffusa rischia, da un lato, di riprodurre i “silos” tra sanità ospedaliera e sanità territoriale, e, dall’altro, di ostacolare un’effettiva complementarità tra i servizi erogati a livello ospedaliero centrale e quelli territoriali, per l’assenza di un solido raccordo tra dimensione sanitaria e dimensione sociale. Il rischio è che la nuova azienda sanitaria universitaria accentui la distanza tra centro e periferia, lasciando irrisolte le criticità su liste d’attesa, continuità delle cure e accesso equo ai servizi per le persone fragili.
Il presidente Fugatti ha fatto riferimento alle sfide della sanità del futuro. Quali sono le priorità dal vostro punto di vista?
Come dicevo, sono quelle inerenti alla declinazione concreta delle riforme del PNRR, ossia il riordino della medicina territoriale e l’attuazione della riforma della disabilità, che vede il Trentino come zona di applicazione sperimentale, ma anche, ad esempio, l’adozione del Piano Salute Mentale. Sono riforme che vanno messe a sistema e comportano un forte livello di integrazione sociosanitaria: un cambio di paradigma che mette al centro il paziente e non la patologia, considerando quindi non più solo l’approccio biologico alla malattia, ma un approccio anche socio-relazionale.
Cosa augurate alla sanità trentina per il 2026?
Con la scadenza dei termini del PNRR sarà un anno cardine per la sanità, ma anche proprio per la dimensione sociosanitaria della salute socio-assistenziale del Trentino. Ci auguriamo che la salute diventi un principio generale di tutti gli obiettivi strategici programmatici provinciali, non solo dell’assessorato alla salute. La salute dovrebbe diventare un termine di misura dell’efficienza e dell’efficacia di tutte le politiche, dall’urbanistica ai lavori pubblici, all’istruzione, al lavoro, al diritto alla casa, all’ambiente, fino alla dimensione sociale. Non è semplice, ma in una stagione di riforme, dovute in particolare al PNRR e alle politiche europee, credo che il Trentino, trovandosi ad adottarle, dovrebbe cercare di applicare questa visione più ampia, più elevata.