Quel voto sulle scuole materne “autonome”

L’ormai dimenticato referendum sulle nostre scuole dell’infanzia nel lontano 1980 non segnò la vittoria o la sconfitta dell’uno o dell’altro modello educativo (privato-comunitario o pubblico provinciale), su cui i cittadini erano chiamati ad esprimersi, ma confermò la volontà del Trentino di mantenere le forme pluraliste di appoggio educativo alle famiglie che avevano caratterizzato la sua storia, fondata su una cultura civile di partecipazione e non di dirigismo. In gioco era la legittimazione degli “asili” equiparati, come da molti allora erano ancora chiamate le scuole (e ancora si potrebbe chiamarli così perché il loro ruolo è davvero quello di “ausilio”, di aiuto alle famiglie e alle comunità nella crescita delle piccole vite, trasmettendo radici e tradizioni al di fuori di schieramenti politici, confessionali o ideologici).

Chi ricorda quel confronto resta con l’impressione che al fondo, magari anche inconscio, vi fosse il tentativo di schierare le famiglie trentine su fronti opposti per poterle poi etichettare, quelle in favore di scuole materne giudicate “confessionali” e quelle invece sostenitrici delle scuole “laiche”. Si trattava e si tratta di una forzatura, perché la vera  laicità riconosce il valore della religiosità nel rispetto di una reciproca tolleranza, non la confina a un “nulla” intessuto di pregiudizi.

Il dopo referendum, sotto questo punto di vista, ebbe come primo risultato quello di chiarire che le famiglie trentine non volevano prestarsi a questo gioco divisorio che rischiava di far vincere gli uni a scapito degli altri sulla pelle dei bambini, mentre si era ben consapevoli della ricchezza che una situazione duale presentava a tutta la comunità, trasmettendo le radici più autentiche della tradizione storica trentina, quella della socialità cooperativa cristiana (ispirate dalla “Rerum Novarum”) e quella nazionale che portò all’Autonomia e che vide le scuole materne dell’Onairc, e poi quelle ispirate alla didattica di Rodari, confluire nel far considerare bene pubblico fondamentale l’educazione della prima infanzia.

È la prospettiva indirettamente richiamata da don Vittorio Cristelli su Vita Trentina nel suo commento – ammonimento alle scuole paritarie di non credersi “arrivate”, vittoriose, ma di sentire, dopo il voto, ancora più responsabilità nella loro funzione, raddoppiando l’impegno nell’affinare procedure d’apertura e metodi d’attenzione a tutte le famiglie, sostenendo tradizioni e comportamenti che trasmettono identità e al tempo stesso educano alla convivenza senza imposizioni, seguendo esempi di vicinanza e tolleranza. È una sfida, questa, sempre aperta nell’educazione di bambini e bambine in età prescolastica, semmai ancora più pressante oggi, in presenza di contesti familiari che appaiono spesso in difficoltà. E che, a loro volta, hanno bisogno di un “ausilio” che non può ridursi alla sola custodia dei bambini, ma neppure trasformarsi in una sorta di tirocinio che li imbottisca di nozioni.

Il referendum di 45 anni fa dovrebbe allora indurre a pensare all’oggi, senza schematismi e senza pregiudizi. Non è peraltro un caso che gli “asili” continuino a fare notizia (dalle aperture a luglio fino al dibattito su una eventuale riforma complessiva del sistema misto provinciale) con temi aperti sui quali sarebbe opportuno cercare di non dividersi per schieramenti, per valorizzare, invece, la profonda esperienza che il Trentino ha maturato sulla neonatalità e sull’infanzia.

Tenendo presente che fino a tre anni – come confermano gli studi di epigenetica – la fase evolutiva dell’imprinting si fonda prevalentemente sull’affettività, nella trasmissione dei legami materni che hanno segnato la nascita. Al “nido” diventa così centrale la presenza umana delle istitutrici che seguono le giovani vite (come ancora vengono ricordate, in età matura, le “tate”), mentre più avanti la sfida che si presenta è quella, appunto di “educare”: non riempire di sollecitazioni e informazioni, ma “trarre fuori” dalle piccole individualità le predisposizioni e le vocazioni, incanalarle nelle curiosità e nelle espressioni creatrici e liberatrici. Ecco le manualità che alimentano il cervello, come la musica, il disegno, il ritaglio dell’orto curato col piccolo rastrello, con la piccola zappa che apre poi la mente alla natura, alla campagna, al rispetto per le cose…

Sono passaggi noti fin dall’antichità, si tratta “solo” di adattarli ad una modernità sempre più complessa che rischia di naufragare nell’artificialità o negli schematismi semplificatori, ideologici e divisori. Il richiamo al lontano referendum può servire a evitarli.

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