Il Consiglio dei ministri ha fissato la data di svolgimento del referendum sulla riforma dell’ordinamento della magistratura indicando domenica 22 e lunedì 23 marzo. Il clima tende a diventare sempre più incandescente, almeno nella gestione della comunicazione pubblica, perché l’impressione è che gran parte della gente non si stia facendo molto coinvolgere, ma i pasdaran dei fronti contrapposti, specie quelli del no, contano su questo per vedere smentiti i sondaggi che danno il sì con un buon vantaggio. Infatti nelle rilevazioni demoscopiche c’è una prevalenza di opinioni favorevoli alla riforma, ma si conta che una parte di quelli che rispondono in quel modo alle domande al telefono, non si prendano poi la briga di andare a votare, per cui il blocco dei sostenitori del no, che è fatto di persone ideologicamente più tetragone, potrebbe ribaltare le previsioni per parziale assenza degli avversari (non c’è quorum).
Non sono calcoli che indichino la salute di un sistema democratico. Come abbiamo spesso scritto, la difficile situazione internazionale, la necessità di sistemare molte disfunzioni anche gravi del nostro sistema pubblico, richiederebbero tutt’altro che battaglie all’ultimo sangue in cui ciascuno dei due fronti interpreta sé stesso come quello degli angeli e l’avversario come quello dei demoni. Assistiamo ad una contrapposizione fatta di slogan che mirano ad eccitare riflessi irrazionali, non a spingere ad un serio esame della questione su cui ci si deve esprimere.
Andrebbe detto che si confrontano due diverse modalità di organizzare il sistema della giustizia, ciascuna delle quali è in sé stessa perfettamente compatibile con una costituzione democratica. Quel che si deve giudicare è quale delle due possa evitare di cadere in balia di un suo cattivo uso. Da questo punto di vista, il sistema vigente è stato piuttosto inquinato dal montare di due fenomeni: la convinzione che la magistratura non sia una funzione del sistema per intervenire su controversie in materia di reati, ma una inquisitoria corporazione morale che deve controllare il potere politico; la strutturazione della magistratura come una casta che si autogoverna stabilendo distribuzioni del potere e dell’organizzazione in modo autoreferenziale e quindi con controllo di alcune componenti su altre. Avrebbe potuto non essere così in maniera brutale, ed infatti così non è stato per decenni, più o meno fino all’imporsi di una cultura neogiacobina a partire in crescendo dagli anni Settanta in poi.
La riforma prevista che va sotto il nome del ministro Nordio, ma che, in verità, è stata incubata in vario modo dalle riflessioni svolte dagli anni Ottanta in poi da molteplici personalità, la maggior parte collocate nella sinistra politica di vario tipo, si propone di rompere lo schema pesantemente corporativo separando la funzione giudicante da quella inquirente, in modo che nel governo della corporazione, oggi unitario, i membri di una funzione e quelli dell’altra non possano diciamo così rivalersi nella valutazione di comportamenti non graditi in un CSM che è espresso dalle componenti ideologiche dei magistrati. Per questo prevede due carriere separate e due CSM separati, i cui membri verranno scelti puramente per sorteggio fra tutti i magistrati, comprimendo così il potere delle correnti attuali (che poi altre si tenterà di formarne fa parte della natura umana…). Soprattutto, e questa sembra la parte più interessante della riforma, si toglie al CSM il compito di giudicare le eventuali deviazioni di comportamento dei singoli magistrati (che, inevitabilmente ci saranno, perché di esseri umani si tratta), assegnandolo ad una Alta Corte Disciplinare formata in modo da non essere un organismo squisitamente corporativo. Un modesto cultore di storia giuridica farebbe notare che l’evoluzione del diritto occidentale è consistita nell’abolizione del cosiddetto “privilegio del foro”, per cui non si accetta che un imputato venga giudicato solo dai suoi “pari” (i nobili dai nobili, i preti dai preti, i medici dai medici, ecc.), ma si istituisce una sede capace di sottrarsi alla tentazione del principio che lupo non mangia carne di lupo e quindi di apparire un organo di garanzia per gli equilibri istituzionali.
Un dibattito su come sarebbe possibile mantenere l’attuale sistema emendandolo di molte sue deviazioni (e l’ANM che entra in campo come un partito politico non lo aiuta certo) e su come d’altro lato prevenire che la riforma, se la si ritiene migliorativa, venga ridotta a parole con scarsa incidenza sulla realtà ce lo augureremmo e lo vorremmo espungendo i fanatici e gli estremisti, perché mostrerebbe un Paese con classi dirigenti e opinionisti all’altezza della delicata trasformazione che stiamo vivendo.