Dopo circa venti giorni di rivolte e stragi di repressione la Repubblica Islamica dell’Iran è scomparsa dalle prime pagine dei giornali. È entrata nel periodo ancora più buio delle vendette di regime, con migliaia di prigionieri politici e molto probabilmente di esecuzioni a seguire. Ancora una volta gli Ayatollah hanno vinto, malgrado la loro palese debolezza e il diffuso malcontento della gente. Oltre 100 città sono state coinvolte nelle manifestazioni contro un governo corrotto e incapace di governare un paese di ben 93 milioni di abitanti. L’Iran non è nuovo alle rivolte contro un regime che, malgrado tutto, regge ancora dopo 47 anni di potere dittatoriale e teocratico.
Ma è dal 2019 che il dissenso popolare si è diffuso a macchia d’olio nell’intero paese. Già nel 2022 con l’uccisione da parte della polizia “morale” di Mahsa Amini, per non avere indossato bene il velo, il regime era stato ad un passo dal crollare. Oggi la grande novità che aveva fatto pensare ad un imminente fine della Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei ormai vecchio e discreditato, era dovuta all’entrata nella lotta contro il potere clericale del sistema economico dei bazar, pietra angolare dell’intera economia iraniana. L’inflazione ormai incontrollabile e la decisione della Banca Centrale di togliere le agevolazioni per un cambio più sopportabile del dollaro avevano fatto da detonatore ad una protesta dei bazar contro un governo che dalla caduta dello Scià aveva trovato un grande sostegno proprio fra i proprietari dei negozi. Ne era seguita un’adesione entusiasta anche da parte della popolazione di tutte le 31 province che ormai costrette sotto la soglia di povertà non vedevano l’ora di togliersi dattorno un governo di incapaci. Non erano quindi solo gli studenti e i giovani intellettuali a ribellarsi, ma una consistente fetta della società iraniana.
A questo quadro interno drammaticamente deteriorato vi è poi da aggiungere nel corso del 2025 la clamorosa sconfitta di Teheran di fronte alla sfida di Israele e degli Stati Uniti, le due bestie nere del regime come testimoniato dagli slogan: “morte all’America, morte ad Israele”. Soprattutto Israele con la sua azione militare ha radicalmente ridimensionato l’ambizione espansionista degli Ayatollah, che con l’attacco di Hamas avevano pensato di essere riusciti a mettere con le spalle al muro Netanyahu. Invece ne era seguita la d zione delle milizie filoiraniane degli Hezbollah in Libano, il rovesciamento del regime sciita di Assad in Siria, il ridimensionamento degli Houthi nello Yemen. Si era poi aggiunta la guerra dei dodici giorni fra Tel Aviv e Teheran con il sostegno diretto dei bombardieri di Donald Trump contro i siti nucleari iraniani. Insomma una debacle totale con l’immagine di un Khamenei uscito tremante dal bunker in cui si nascondeva. Né tanto aiuto è arrivato dai veri protettori del regime degli Ayatollah, Russia e Cina, che da Teheran ottenevano armamenti (i droni anti-ucraini) o petrolio per Pechino m grado le sanzioni occidentali.
Ma al di là delle parole di circostanza nessun segnale concreto è arrivato dai due sostenitori. Neppure la recente adesione dell’Iran al gruppo antioccidentale dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) è servita a risollevare la credibilità del regime, ormai sempre più isolato sia all’interno che sul piano globale. Eppure gli Ayatollah sono ancora lì a tormentare il loro popolo. Per fortuna in questa occasione Donald Trump ha alla fine deciso di non intervenire militarmente. Il guaio è che nei primi giorni della rivolta ha illuso i ribelli su un intervento diretto americano, spingendoli a continuare la rivolta e a subire ulteriori massacri. Una responsabilità morale non da poco.
Ma attaccare militarmente l’Iran sarebbe stato un suicidio. Questo paese non ha nulla da spartire con il remissivo Venezuela. La Persia ha una storia imperiale millenaria e uno spirito nazionalistico estremamente elevato. Un intervento da parte di Trump avrebbe riportato in auge il “morte all’America” di Khamenei. E poi cosa colpire oltre ai bene identificabili impianti nucleari? Gli Ayatollah sono infatti protetti da ben quattro milizie, dalle Guardie della Rivoluzione fino ai fanatici Pasdaran, tutte legatissime al regime anche se in realtà l’unica speranza di un cambio nel sistema di potere potrebbe venire solo da una loro secessione. C’è infatti da riconoscere che, per quanto diffusa, l’opposizione popolare non è mai riuscita ad identificare un unico leader. Appena qualcuno emerge finisce rapidamente in prigione e scompare: troppo forte e diffusa è la repressione interna. D’altronde dall’esterno, oltre al volubilissimo Trump, non si vedono forze in grado di isolare ulteriormente l’Iran.
Certamente non l’UE che nei primi giorni della rivolta ha adottato un prudente silenzio e solo di fronte all’enormità delle stragi ha poi deciso qualche sanzione in più. Sono davvero lontani i tempi in cui l’UE accanto ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU e alla Germania agiva da coordinatrice nel promuovere un importante accordo con l’Iran sul controllo del nucleare. Era il 2015 quando a Washington ci stava Obama. Poi qualche anno dopo con il suo primo governo proprio Trump decideva di ritirare gli Usa dal Trattato con l’Iran. Una mossa avventata e foriera di ulteriori guai, ma cui l’UE in tutti questi anni e soprattutto oggi non ha saputo rispondere concretamente.