Referendum giustizia mina la magistratura, quadro internazionale sempre più intricato

A volte sembra di vivere in un mondo irreale: il presidente di una grandissima potenza che si comporta come la parodia di sé stesso, una spirale di crisi degli equilibri storici e, nella nostra piccola Italia, un paese che in cui una parte cospicua dei media si balocca in un gioco sterile di scambio delle figurine alla ricerca di quella vincente senza preoccuparsi di ciò che sta realmente avvenendo. Non pensate che siamo eccessivamente pessimisti. Prendete due temi che dovrebbero preoccupare la politica e di conseguenza chi se ne occupa: la campagna referendaria, da un lato, e, all’opposto, la fase impazzita delle relazioni internazionali. Sul primo versante assistiamo al crescere di una campagna truce, in cui soprattutto sul fronte di chi vorrebbe cancellare la riforma Nordio, ci si lancia in proclami senza fondamento e con toni esagitati. La performance del segretario della CGIL Landini fa parte del peggior repertorio comiziante, così come le intemerate sul web di opinionisti da talk show che si sono montati la testa. Un pessimo clima che punta a buttarla in politica nel senso peggiore del termine: comunque vada a finire lascerà un’eredità di rotture faziose e di perdita di credibilità: preoccupante non solo per i politici, che già non navigano in buone acque, ma per l’immagine della magistratura che, come ha appena detto il presidente Mattarella ai nuovi magistrati, deve tenere moltissimo alla sua immagine di compostezza e serietà anche fuori dalle aule giudiziarie. E ci fosse un minimo di senso della realtà, tutta la classe dirigente, e dunque in specie quella che occupa posizioni chiave nel nostro sistema politico, dovrebbe preoccuparsi di come affrontare questo sempre più intricato passaggio delle relazioni internazionali.

Le scelte di Trump, o meglio le sue continue alzate d’ingegno, sono destabilizzanti, mentre nessuna delle situazioni di guerra o di tensione si sta risolvendo. Anzi, quella centrale, l’Ucraina, è messa sempre peggio con la caparbia volontà di Putin di tirare la corda fin che può: non sappiamo se lo faccia perché pensa veramente di vincere alla fine, o perché calcola che comunque otterrà un compromesso a lui favorevole, ma avendo fatto della nazione aggredita un cumulo di macerie e un cimitero. L’ossessione del tycoon per la Groenlandia pone per di più l’Europa in una difficilissima posizione. Infatti, mentre deve sostenere lo sforzo di Kiev per non capitolare sotto i bombardamenti terroristici russi (e non è impresa da niente…), ora deve contenere la follia del governo americano che vuole conquistare un pezzo di territorio che appartiene ai suoi alleati della Nato. Trump sfida l’Europa in maniera isterica con la minaccia dei dazi, attacca sguaiatamente Macron che prende la guida della contrapposizione dura, e dunque mette l’Europa di fronte alla necessità di dare un segno di presenza forte, altrimenti porrà la premessa per una sua marginalizzazione nella diatriba per il nuovo ordine internazionale.

Per l’Italia e non solo per il suo governo si pone il problema del che fare. Risolvere tutto con uno show di parole altisonanti che invocano un po’ di sacri principi non solo non risolve nulla, ma è controproducente: la dialettica interna alla UE con l’appendice della Gran Bretagna è vivace, ma al tempo stesso una rottura plateale e senza ritorno del rapporto con gli USA la metterebbe in una posizione di debolezza nella competizione neo imperiale che si è aperta, perché le alleanze e i vincoli di sistema che ne derivano non si cambiano con la facilità con cui si può cambiare un paio di scarpe. Banalmente, c’è necessità di navigare a vista, mantenendo salda la nostra connessione con il contesto europeo e al tempo stesso cercando di costruire qualche via d’uscita per sfuggire alla strategia di Trump di distruggere il blocco europeo al contempo puntando su un ritorno negli USA di un clima di razionalità.

Non occorre spendere tante parole per dire quanto sia difficile questo compito, sia per le tensioni interne alla UE (al momento Parigi è in tensione con Berlino e Londra che cercano una sponda italiana), sia per la potenza che può dispiegare Trump per piegare chi non è d’accordo (e novembre, quando forse le elezioni di midterm lo ridimensioneranno, è abbastanza lontano).

Sulla politica estera un sostanziale consenso sarebbe necessario almeno fra gli ambienti più rilevanti delle forze politiche e culturali, mentre invece quanto succede è oggetto di sceneggiate per muovere la pancia di vecchi pregiudizi, dall’antiamericanismo alla illusione di poter essere il soggetto determinante nei tempi nuovi. Roba buona per le sfide gladiatorie dei talk show, dove è l’estremismo che fa audience, non certo per farci uscire sani da una contingenza sempre più complicata da dominare.

vitaTrentina

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