La notizia
LA FORZA DI ROMERO
24 Marzo 1985. Quinto anniversario del sacrificio di Oscar Romero.
Mi sono scoperto più volte a chiedermi quale può essere stata la molla che ha trasformato Oscar Romero da uomo e vescovo timido, piuttosto conservatore, attento a non creare problemi, in un coraggioso difensore dei poveri che non indulge a tatticismi. E non ascolta consigli di “prudenze” fino all’”imprudenza” estrema che gli è costata la vita sull’altare.
La risposta della teologia è pronta e facile: la grazia. E va bene. Ma una grazia che ha agito attraverso quali meccanismi psicologici? Giacché, si sa, la grazia non fa violenza se non in casi straordinari. La risposta, ritengo, si trova in quella sua candida, per qualcuno scandalizzante ammissione: ho imparato dal popolo a leggere il Vangelo. È evidente che ha imparato il modo di leggere il Vangelo perché chissà quante volte l’aveva letto prima. Orbene, la lettura del povero che crede non è tanto quella che si usa definire come ottica della lotta di classe (che ne sa lui di queste teorizzazioni, se è povero anche di teorie?) bensì quella che è riscontrabile in tanti poveri, anche da noi. Il povero quando scopre Cristo ci si attacca come una ventosa e quando tutto gli casca intorno si attacca a Cristo e dice: questo almeno nessuno me lo può strappare! Donde il suo coraggio, che è poi quello di San Paolo: “Chi mi separerà dalla carità di Cristo? Né le potenze terrene, né quelle infernali.
CIVI Vita Trentina, 24 marzo 1985
L’uccisione di Oscar Romero, avvenuta a San Salvador, capitale del piccolo stato dell’America Centrale che si affaccia sull’Oceano Pacifico, non fu solo un delitto, ma volle essere uno sfregio a quanti – uomini, donne, istituzioni e religioni – cercavano (e cercano) di promuovere la pace, promuovendo un confronto e un sistema di rapporti leale anche in situazioni difficili, potenzialmente conflittuali. Per questo le pallottole che hanno stroncato la vita di Romero, vescovo di San Salvador, mentre celebrava la Messa nella cappella di un ospedale della città, va annoverata come un martirio che ferisce non solo la Chiesa, ma tutta l’umanità.
Al tempo stesso tuttavia rappresenta “una speranza viva e disarmata – come ha recentemente ricordato il pontefice Leone XIV in una celebrazione assieme ad esponenti di altre confessioni cristiane – facendo memoria nella basilica di San Paolo fuori le Mura dei martiri della modernità, fra i quali una suora, Dorothy Stang, uccisa perché difendeva l’Amazzonia (un vero “ecumenismo del sangue”). Il vescovo Oscar Romero falciato dal piombo di uno squadrone della morte al servizio della giunta militare allora al potere il 24 marzo 1980, proclamato santo da Papa Francesco nel 2018, rappresenta un simbolo per tutti i martiri cristiani dei nostri tempi, ma è un riferimento anche e forse soprattutto per il mondo del laicato, per gli uomini e le donne di buona volontà, per le istituzioni e per i legislatori.
Per due ragioni soprattutto: la prima sta ancora nelle parole di papa Leone quando ha definito i martiri “ una profezia in un mondo ferito, segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra”. La seconda ragione sta nei motivi che portarono la squadra militare della giunta ad essere un plotone d’esecuzione.
La testimonianza del vescovo Romero, infatti, andava al di là di un sostegno ai poveri del suo paese che si trovava in piena guerra civile, che vedeva opposti i movimenti di liberazione, spesso rivoluzionari, a “sistemi” di sfruttamento sostenuti dai militari, ma riguardava i suoi appelli a por fine alla violenza come metodo di confronto, un tema sempre più attuale.
Il 23 marzo, infatti, nella cattedrale di San Salvador Romero si era rivolto a tutto il suo popolo, civile e militare con parole forti e chiare: “Soldati – aveva detto fra l’altro – vi supplico, vi prego, vi ordino, non uccidete i vostri fratelli”. Romero rifletteva da cittadino e sacerdote sul fatto che, da Caino in poi, ogni omicidio è un fratricidio.
Per questo anni dopo la sua morte, prima della beatificazione, il grande poeta sacerdote David Maria Turoldo poteva dedicargli versi che ancora oggi scuotono le coscienze e fanno capire come, con Romero, gli assassini spinti dal potere volessero uccidere l’idea stessa di pace, di sacerdozio e insieme ad essa ogni speranza di redenzione.
Scrisse Turoldo: “Chi ti ricorda ancora Fratello Romero Ucciso infinite volte dal loro piombo e dal nostro silenzio, ucciso per tutti gli uccisi. Neppure uomo Sacerdozio che tutte le vittime riassumi e consacri”.
Sono parole che assieme al grido del vescovo “ vi supplico, vi prego, vi ordino, non uccidete” risuonano ancora nella Storia sulle nostre giornate, sulle scelte da compiere.