L’Unione europea e l’incubo trumpiano, pretese del Tycoon sulla Groenlandia

È sempre più difficile per l’UE sottrarsi all’incubo trumpiano. Già il 2025 ci aveva visti sulla difensiva. Una difensiva più simile ad una resa che ad un vero e proprio confronto col Tycoon di Mar-a-Lago.

L’anno era cominciato con i dazi e con Bruxelles che a parole minacciava contromisure (il famoso bazooka), ma che alla fine accettava un consolatorio 15%. Quasi nessuna reazione, poi, all’ultimatum di Trump di far crescere per tutti i paesi europei dal 2% al 5% del Pil le spese aggiuntive alla Nato, assieme all’ulteriore pretesa di imporre agli europei l’acquisto delle armi (americane) da trasferire all’Ucraina. Un’Ucraina ormai secondaria nel disegno della Casa Bianca, pronta invece a stendere il tappeto rosso in Alaska al dittatore di Mosca Vladimir Putin. Certo era allora emersa una certa dose di sconcerto europeo per quella mossa, ma non molto di più. Anzi, gli europei avevano addirittura deciso di emettere un prestito di 90 miliardi di euro su due anni per coprire i bilanci disastrati di Kyiv.

Il tutto per sostituire i finanziamenti americani ormai definitivamente cancellati. Eppure, malgrado il conclamato disprezzo per l’UE nelle dichiarazioni di Trump e dei suoi accoliti, dal vicepresidente J.D. Vance a Elon Musk, si è preferito stendere su questo palese allontanamento americano un pietoso velo. Qualche reazione hanno suscitato solo le dichiarazioni e gli aiuti palesi alle forze di destra estrema, volti a destabilizzare gli attuali governi moderati europei, in Francia, in Germania e perfino in Inghilterra.

L’obiettivo americano è stato fin dall’inizio chiaro: favorire i partiti di destra anti-europei per accelerare il processo di disgregazione dell’UE a tutto vantaggio dell’America trumpiana e del suo delirio di potenza imperiale. Sembrava, in altre parole, che la posizione dell’UE fosse quella della subordinazione e acquiescenza ai ricatti di Trump: meglio fare finta di niente per non scontentare l’irascibile Tycoon e accelerarne il distacco dalla nostra sicurezza comune in un momento in cui l’aggressione russa non poteva essere credibilmente affrontata dalla sola Europa.

Ma questa subordinazione non poteva durare a lungo anche perché il Presidente americano di fronte alla palese debolezza dell’Europa non faceva altro che alzare la posta per una copertura di sicurezza che in realtà era solo sulla carta e non più affidabile. D’altronde era lo stesso Trump ad avere dichiarato che l’art. 5 della Nato (la clausola di intervento in aiuto di un membro aggredito militarmente) non era un obbligo automatico.

A fare cambiare l’atteggiamento agli europei non sono stati tutti questi preoccupanti segnali, ma l’insopportabile sfida americana all’inizio del 2026: cioè la pretesa di Trump di acquisire anche militarmente la Groenlandia, trasformandola in un territorio degli Usa. A rendere ancora più concreta questa minaccia il Presidente americano aveva anche promesso di aumentare i dazi a quegli otto paesi dell’UE (senza l’Italia) che avevano risposto alla sua incredibile sfida inviando piccoli contingenti militari nell’”isola di ghiaccio”, per dirla con Trump.

In questo clima si è aperta la conferenza di Davos nel corso della quale abbiamo assistito all’ennesima giravolta del boss di Washington, consolato dall’offerta del segretario generale della Nato, Mark Rutte, di permettere agli Usa di aprire tutte le basi che desiderava in Groenlandia.

Procedura già prevista dall’accordo del 1951 fra Usa, Groenlandia e Danimarca. Nella retromarcia americana venivano anche cancellate le nuove tariffe per gli otto coraggiosi paesi europei che avevano mandato truppe nell’isola in risposta alla minaccia Usa.

Tanto rumore per nulla, quindi? In realtà l’azzardata mossa di Trump ha convinto definitivamente gli europei a non fidarsi più dell’ex-alleato americano. L’allontanamento di Washington dall’UE è ormai strutturale, non più semplicemente temporaneo. Inutile illudersi che fra tre anni, alla auspicabile fine del secondo mandato di Trump le cose ritorneranno automaticamente al loro posto. Era infatti da anni che si sottolineava come gli Usa avessero dirottato i propri interessi e le risorse politico- militari verso il Pacifico.

Lo stesso predecessore di Trump, Joe Biden, era stato trascinato controvoglia ad occuparsi della sicurezza europea a causa dell’aggressione russa all’Ucraina. Ma nel grande disordine internazionale di oggi è chiaro che a dettare le azioni del mondo sono le grandi potenze, economiche o militari. Usa, Cina, la stessa Russia hanno adottato la vecchia teoria metternichiana dell’equilibrio delle potenze, a scapito di quel mondo di regole e istituzioni multilaterali nate proprio su iniziativa americana alla fine della Seconda guerra mondiale.

È chiaro che in questo scenario la grande potenza civile-economica dell’UE non è in grado di confrontarsi con le nascenti potenze imperiali.

L’UE deve quindi adattarsi al nuovo mondo. Deve, soprattutto, mettere in pratica quell’autonomia strategica che da anni diversi governi predicano di volere. Ma ancora di più il grande obiettivo dell’UE dovrebbe essere quello di occupare il vuoto lasciato dall’autocrazia americana: essere la fiaccola della democrazia, del diritto internazionale, del rispetto delle regole e dei diritti umani.

La sfida di Trump va quindi trasformata in un’opportunità per l’UE. Il 2026 deve quindi diventare l’anno della svolta, altrimenti finiremo per essere schiacciati da Usa e Russia, entrambe decise a rendere ancora più vassalla l’Europa di oggi.

vitaTrentina

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