Gli scontri di Torino hanno costituito un vero trauma per gran parte dell’opinione pubblica. Istintivamente la gente ha capito che la faccenda era grave, non una semplice manifestazione pubblica sfuggita al controllo.
Il numero dei violenti fortemente organizzati per provocare una guerriglia contro lo Stato era notevole: dai 500 ai 1500 individui; il numero dei manifestanti pacifici era altrettanto alto: forse 5000 persone. Ora è difficile sfuggire a qualche considerazione elementare.
La prima è che esiste un esercito ombra di cosiddetti guerriglieri urbani che sono attivi costantemente e preparati per mettere in scena momenti insurrezionistici. Se si possa sottovalutare questo fatto è una domanda aperta, altrettanto di quella su come si possa prosciugare l’acqua in cui questi navigano.
La seconda considerazione è che si è stati in presenza di un grande numero di persone che hanno sottovalutato o che addirittura non hanno capito dove andavano a cacciarsi: non doveva essere difficile visti i precedenti del centro sociale Askatasuna che notoriamente ha sempre affiancato attività di presenza socio-culturale con l’esercizio attivo della violenza (vedi gli assalti ai cantieri in Val di Susa) e la sua giustificazione (del resto pubblicamente riproposta dopo i fatti dì sabato scorso).
Ora la politica deve porsi il problema di come affrontare il corto circuito che si stabilisce fra queste due componenti del fenomeno.
Una condanna unanime della violenza è qualcosa di scontato. Ma non sarà abbastanza per evitare una deriva che l’Italia ha già conosciuto nei cosiddetti anni di piombo. Allora il fenomeno ribellistico fu contenuto, le sue deviazioni terroristiche furono battute senza leggi speciali, ma con il lavoro congiunto delle principali forze politiche di governo e di opposizione. Certo allora da una parte e dall’altra c’erano classi dirigenti un po’ più solide e un po’ meno dipendenti dalla politica-spettacolo di quelle di oggi. Come i lettori avranno visto, la reazione di tutte le forze politiche è stata più che ambigua, non nel senso che abbiano esitato a condannare quel che era avvenuto a Torino, ma nel senso che ciascuna ha voluto leggerlo come una occasione per dare ragione ai propri slogan.
La destra becera, Salvini e soci, si è buttata a fare del populismo estremista, e c’era da attenderselo, anche se continuiamo ad aspettarci che la componente responsabile di quel partito, che pure esiste, trovi il coraggio di lasciare i lidi della demagogia d’accatto. Anche quel partito che ambirebbe a trasformarsi in un moderno partito conservatore sotto la guida di Giorgia Meloni non è però riuscito a trattenere molti suoi dirigenti dall’esibire i soliti slogan che un tempo andavano sotto il motto reazionario “legge e ordine”.
A sinistra la condanna delle violenze c’è stata, ma guardandosi bene dal riconoscere come la partecipazione pacifica di massa alla manifestazione torinese avesse radice nelle sue ambiguità polemiche sul mito del fascismo che ritorna e quant’altro. Così all’abile invito di Meloni a fare fronte comune contro il pericolo dell’insurrezionismo anarcoide ha risposto dichiarando disponibilità, ma a condizione di vedere inclusi slogan antigovernativi o populistici (tipico Conte che è corso a chiedere che si aumentassero subito le retribuzioni delle forze di polizia e se ne assumessero in maggior numero: dove trovare i soldi per queste operazioni è naturalmente un dettaglio trascurabile). Ci si interroga se mai si arriverà ad una presa di posizione comune, ad una solidarietà nazionale a fronte del pericolo che si individua nella situazione dell’ordine pubblico. Si spera che si arrivi almeno ad una risoluzione largamente condivisa, che però sarà una iniziativa di facciata.
Intendiamoci: sarà sempre qualcosa di positivo, ma non illudiamoci che porti ad un disarmo del deleterio clima di contrapposizioni viscerali che avvelena il nostro dibattito pubblico. E che spinge molta gente a voltare le spalle alla politica. Sebbene siano operazioni che richiedono tempo, una risposta efficace al clima di violenza che sta montando può venire solo da una coraggiosa revisione delle nostre culture politiche, le quali devono convincersi che non ci sono soluzioni se non si costruisce un modo di pensare positivo di fronte alle asperità che siamo chiamati ad affrontare nella contingenza attuale.
Solo rinunciando alla ricerca del consenso sulla base di slogan fasulli (e la campagna sul referendum costituzionale ne è piena) si potrà riportare la gente, a cominciare dalle giovani generazioni, ad una partecipazione politica col gusto del costruire anziché con quello di distruggere: a parole o, purtroppo, con le azioni.