Non vi è pausa alcuna nell’attivismo imperiale di Donald Trump. Chi lo descriveva come un presidente isolazionista ed in ritirata dallo scenario internazionale deve ricredersi. Questa volta a subirne le conseguenze è l’Iran che si trova per la seconda volta in pochi mesi sotto gli attacchi congiunti di Usa e Israele. Non che questa guerra fosse imprevedibile. Già nel caso del Venezuela avevamo sperimentato il metodo di Trump. Aprire negoziati difficilmente digeribili per la controparte, nel frattempo dispiegare una “grande armada” navale ed aerea e poi, falliti i negoziati, aprire il fuoco. Nel caso dell’Iran era evidente che le trattative di Ginevra fra iraniani e americani non potevano portare da nessuna parte. Le richieste di Washington non erano solo quelle di un nuovo trattato sul controllo del nucleare iraniano (fatto saltare dallo stesso Trump nel suo primo mandato), ma anche di smantellare i sistemi missilistici a corto e medio raggio e di tagliare i legami con quello che rimaneva ancora in piedi delle milizie filo-iraniane nel Medioriente, dagli Hezbollah, ad Hamas fino agli Houthi dello Yemen. Insomma una resa completa che la teocrazia assoluta e intollerante di Teheran non avrebbe mai potuto accettare, pena la sua scomparsa politica. Ci hanno quindi pensato i missili e i bombardieri di Usa e Israele ad annientare con colpi distruttivi la leadership iraniana, a cominciare dalla Guida Suprema Ali Kahmenei.
Si conferma quindi la propensione di Trump di utilizzare la guerra come strumento di risoluzione delle contese quando la politica diplomatica fallisce. In poco più di un anno il Tycoon di Washington ha utilizzato lo strumento militare contro 7 stati: Nigeria, Siria, Yemen, Somalia, Iraq, Venezuela ed Iran. Sembra di essere ritornati ai tempi (1812) del generale prussiano Carl von Clausewitz convinto promotore della guerra come strumento normale di politica estera.
Questo unilateralismo militare di Washington, che decide sulla base dei propri interessi nazionali l’uso delle armi, non è purtroppo molto dissimile da quello adottato da Vladimir Putin nell’assalire l’Ucraina. Il quale Putin, dopo i bombardamenti americani su Teheran, ha avuto l’ardire di condannare l’azione Usa come contraria ai criteri di moralità e alle regole del diritto internazionale. Definirlo come una faccia tosta sarebbe quasi un complimento! Russia che in ogni caso non ha mosso un dito in aiuto di Teheran, pure in debito per i micidiali droni iraniani nella guerra contro Kyiv. Stessa reazione di sola condanna verbale da parte di Pechino che è largamente dipendente dalle esportazioni di petrolio iraniano e che ne ha sostenuto il regime contro le sanzioni dell’occidente. Atteggiamenti che fanno nascere il sospetto di una collusione geopolitica fra le grandi potenze, militari ed economiche del mondo: Usa, Cina e Russia (potenza solo nucleare, quest’ultima). Ciascuna vuole dettare le regole sulla propria supposta area di influenza e potere quindi agire impunemente senza il rischio di entrare in conflitto reciprocamente.
Nasce quindi il dubbio sulla sincera volontà politica degli Usa di proteggere l’Ucraina dalle mire imperiali russe. Così come si prospetta incerta la reazione di Washington il giorno in cui Xi Jinping vorrà riprendersi, come spesso dichiarato, l’isola di Taiwan.
Insomma un mondo sempre più nelle mani dei “nuovi” imperi, senza più regole internazionali e istituzioni multilaterali che possano mediare le situazioni di conflitto. È più che mai evidente che a rimetterci in questo mondo multipolare e conflittuale sarà l’Unione europea. Nella grande crisi Mediorientale l’UE è pressoché scomparsa e dopo il prevedibilissimo attacco israelo- americano a Teheran ha perfino faticato a convocare la riunione del Consiglio esteri per prendere una posizione unitaria. Ogni paese membro ha reagito per proprio conto sulla base di interessi politici nazionali.
La Spagna di Pedro Sànchez ha condannato l’intervento americano, la Germania si è allineata con Washington e gli altri paesi in ordine sparso a barcamenarsi fra la necessità di non rompere con Trump e il timore di un allargamento del conflitto in un’area di vitale interesse per l’Europa (gas e petrolio). L’Italia in particolare incontra notevoli difficoltà a distinguersi da Washington e a suggerire una posizione europea che sia il più unitaria possibile. Ambiguità che nasce anche dalla convinzione che il regime degli Ayatollah sia davvero inaccettabile, soprattutto alla luce della drammatica repressione popolare dell’inizio di gennaio. Regime che tutti, o quasi, sperano sia abbattuto al più presto. Ma è la guerra lo strumento giusto per arrivarci? È questo il modo in cui si può aiutare una popolazione stanca di questo assurdo regime teocratico? Domande cui è difficile rispondere. Ma le esperienze negative degli interventi americani del passato, dall’Afghanistan all’Iraq, dovrebbero insegnarci che le guerre non necessariamente rappresentano una svolta politica strategica nei regimi che si intendono cambiare. Ciò vale in particolare nel caso dell’Iran, nazione orgogliosa e storicamente solida, sempre pronta a respingere le influenze straniere. Non sarà quindi facile che la guerra trumpiana porti a quel grande riequilibrio di poteri nel Medio Oriente che l’occidente desidera. E l’assenza dell’Europa giocherà in negativo sulle prospettive future di pacificazione. Ma ciò a Trump non interessa.