Certamente il risultato della prova referendaria di domenica e lunedì non sarà senza strascichi vari. Il livello delle astensioni, le percentuali che raccoglieranno i sì e i no alla riforma, le analisi dei flussi e della distribuzione regionale del voto saranno analizzati ed usati sia per la lotta fra i due “poli” maggiori, sia per valutare l’eventuale impatto di un terzo polo alle prossime elezioni politiche.
Tutto vero, tutto giusto, ma sul nostro futuro c’è una incognita grande come una casa: come evolverà la situazione internazionale? Ogni giorno che passa c’è una qualche novità. L’uccisione di altri due alti dirigenti della Repubblica islamica dell’Iran, le continue giravolte di Trump che minaccia la sopravvivenza della Nato, la difficile ricerca europea di una posizione che le consenta di non finire nel tritacarne attivato dai neoimperialismi, gli spazi di azione che si sta ricavando Putin, sono tutti elementi di una situazione in un moto perpetuo. Di fronte ad essa il nostro Paese sarà costretto a trovare il modo di collocarsi nel conflitto in corso in modo da tutelare una situazione economicosociale tutt’altro che solida.
Il fatto è che non lo si potrà fare con le dichiarazioni à la Sanchez. Roba di quel genere abbonda sulle bocche dei più diversi leader politici, ovviamente nelle più diverse direzioni, ma serve a molto poco. Governare in qualche modo i sussulti della speculazione internazionale abbondantemente per quanto parzialmente manovrata da diversi attori spregiudicati (attori politici e non-politici) richiede due elementi ben connessi tra loro: una salda presenza in una rete di alleanze o almeno di cooperazione internazionale, una ragionevole stabilità interna a livello di sistema politico.
Il primo punto è particolarmente complicato. La guerra in Iran ha sconvolto la nostra tradizionale rete “occidentale”. Gli Usa di Trump sono diventati un alleato problematico, sia perché ci mette in difficoltà con l’Europa, sia perché sono sempre più imprevedibili e vorrebbero coinvolgerci in avventure che per noi sarebbero poco utili se non disastrose. L’Europa è un puzzle. C’è la Ue di cui siamo soci fondatori, ma che è piena di tensioni e scarsamente capace di esprimere una direzione politica, e poi ci sono gli Stati chiave, Francia, Gran Bretagna, Germania, ciascuno dei quali ha una sua visione politica, anche se sembrano cercarne una comune in cui imbarcare anche l’Italia.
Ma qui sorge un problema. Il Governo italiano a sua volta ha politiche diverse e contrastanti verso ciascuno dei tre, e non è chiaro come intenda muoversi nell’ambito Ue. La composizione della sua coalizione non lo facilita certo. Meloni ha sulle spalle il peso delle sue scelte passate quando era a capo di un partito di opposizione e dei suoi vecchi orientamenti ideologici: questo non le ha mai facilitato i rapporti con Macron e la sua inclinazione ad aprirsi a Merz è recente (con Starmer in verità non c’è storia…). Probabilmente oggi sarebbe assai meno incline al sodalizio a tutti i costi con il vento di destra europeo, ma rompere con quel retroterra non è semplice con Salvini che invece rimane in quell’ambito.
Le opposizioni non sono certo all’altezza di misurarsi con una situazione internazionale complicata come quella attuale. Le analisi pubbliche anche dei suoi capi assomigliano più alle prese di posizione da talk show che a valutazioni approfondite di un quadro che non risponde ai vecchi schematismi. Siccome siamo in un clima di guerriglia elettorale permanente è difficile immaginare l’abbandono di certe posture, vista la presa che ancora esercitano su buona parte dell’opinione pubblica i tradizionali ritornelli sulla politica estera giudicata col moralismo fasullo delle discussioni da bar.
In questo contesto veniamo al secondo tema che dovrà occupare la nostra politica: la gestione delle conseguenze economiche della contingenza internazionale. Non sarà certo un problema solo italiano, ma da noi non sarà poca cosa. L’aumento dei costi dell’energia, arduo da contenere considerando la forza della speculazione interna e internazionale, è probabile provochi un terremoto generale dei prezzi, soprattutto per molti beni di consumo. Ora con un sistema sociale che soffre non poco per una quota di popolazione che sopporta bassi salari e un’altra che si sta vedendo ridurre il proprio benessere, come si pensa di evitare una tensione ad alto impatto sui nostri equilibri e sulla nostra già non brillante coesione come Paese?
La domanda non vuole essere né provocatoria, né drammatizzante. Vorrebbe semplicemente invitare ad un po’ di riflessione realistica.