Partito il progetto professionalizzante per richiedenti protezione internazionale pensato dall’UPT

È ben più di uno slogan quello scelto dall’UPT, l’Università Popolare Trentina – Scuola delle Professioni per il Terziario per il suo nuovo progetto di formazione dedicato allo sviluppo di competenze professionali delle persone richiedenti asilo, avviato da poche settimane. “C’è bisogno di una nuova consapevolezza collettiva”, come ci dice il direttore generale della Scuola Maurizio Cadonna, vuole evidenziare una necessità urgente, che partendo dall’ambito della formazione, va a toccare trasversalmente anche lavoro, integrazione, economia e società.

Mauro Cadonna, direttore generale della Scuola delle Professioni per il Terziario

LE BUONE PRATICHE

“Tutto nasce dal fatto che ci siamo interrogati su come affrontare il tema dei migranti in modo diverso da come viene fatto oggi, in Trentino e in Italia. In questi anni abbiamo assistito a un approccio sostanzialmente ideologico, con lo scontro tra chi vuole chiudere le frontiere e chi vuole aprire, ma sempre senza un disegno vero di ciò che potrebbe essere fatto concretamente”, racconta Cadonna.

La Scuola, ente di istruzione e formazione professionale di ispirazione cristiana, che da anni si occupa della formazione professionale nel campo del terziario a circa 1.100 studenti, è invece abituata ad agire nel concreto, “e allora ci siamo messi a studiare ciò che viene fatto in altre parti del mondo: in Canada, a Montreal, c’è grande attenzione nel favorire l’inserimento delle persone migranti nel mondo del lavoro. In Portogallo esisteva un’agenzia pubblica dedicata alla loro formazione professionale. La Spagna recentemente ha regolarizzato circa 500.000 persone, puntando sull’integrazione lavorativa per sostenere la crescita economica e oggi ha un Pil oltre il 2% mentre noi annaspiamo allo zero virgola. Ci siamo chiesti se qualcosa di simile potrebbe essere fatto anche da noi, dato che parallelamente le nostre aziende faticano a trovare personale”.

IL FRUTTO DELL’ATTESA

In provincia di Trento, ogni anno, sono circa 1.300 le persone che, arrivate sul territorio, presentano domanda di protezione internazionale. Per la maggior parte maschi tra i 20 e i 29 anni, molti di loro proseguiranno il viaggio alla ricerca di un futuro in altri Paesi europei. Circa la metà, in media 600 persone l’anno, decidono però di restare, in attesa di una risposta dalle istituzioni. E, secondo la legge italiana, 60 giorni dopo aver presentato la domanda possono cominciare a lavorare. “Perché non usare questo tempo di attesa per dare loro una formazione?”, si sono chiesti i responsabili dell’UPT, consci del fatto che questa fase di stallo è destinata addirittura ad aumentare. Prima di avere una risposta passa circa un anno e mezzo, dopo il quale circa 50% dei richiedenti riceveranno lo status di rifugiato, gli altri, che vedono la richiesta respinta, faranno ricorso, e per altri 4 o 5 anni continueranno ad attendere. Un tempo che diventa certamente più produttivo se utilizzato per formarsi e poi lavorare, come l’UPT ha proposto anche alle numerose parti in causa. “La Camera di Commercio, con tutte le categorie da Confcommercio a Confartigianato, Confindustria, Confesercenti, addirittura l’agricoltura, hanno subito appoggiato la proposta. In questura sono stati gentilissimi e ci hanno messo a disposizione tutti i dati, e anche gli enti che operano nell’accoglienza ci hanno manifestato il loro consenso”, spiega Cadonna.

IMPARARE PER INTEGRARSI

Il percorso di formazione immaginato dall’Università Popolare Trentina parte dall’apprendimento della lingua italiana e si sviluppa con una formazione professionale in quattro settori: saldatura, idraulica, edilizia e aiuto cucina e sala. “Sono ambiti in cui c’è molta richiesta di personale – prosegue il direttore -. Ma non si tratta solamente di soddisfare il bisogno di lavoratori, il nostro obiettivo primario è provare a dare un futuro alle persone, ragionando anche su altri aspetti, come quello della casa, che non è assolutamente secondario”.

Il primo corso, che coinvolge 12 richiedenti protezione internazionale, è partito da un paio di settimane. Prima l’italiano, poi la formazione sulla saldatura e, in questi giorni, si comincia il tirocinio in azienda, dove i partecipanti trascorreranno 120 ore. “È simbolico il fatto che questa sorta di rinascita abbia preso il via proprio nella settimana di Pasqua”, commenta Cadonna, che rivela di aver già ricevuto le chiamate di alcune aziende: “Quando si è saputo del corso, c’è chi si è fatto vivo chiedendoci di segnalare se abbiamo lavoratori in gamba: significa che il bisogno c’è, e noi speriamo che entro la fine dell’estate per i ragazzi ci possa essere uno sbocco lavorativo”.

IL NODO DELLA CONSAPEVOLEZZA

Saranno 12 i richiedenti protezione che frequenteranno anche gli altri tre corsi, per un totale di 48 persone coinvolte. Un primo passo che, se la sperimentazione finanziata con i fondi FSE funziona, potrà crescere, allargarsi, e magari essere da spunto per le istituzioni e la politica. “Auspichiamo che la buona prassi che stiamo cercando di attuare diventi costante, una politica vera. Finora, sul tema dell’accoglienza, nessuno ha pensato di coinvolgere le scuole professionali, ma noi a scuola abbiamo 36 nazionalità diverse e ciò non è assolutamente un problema”, considera il direttore Cadonna. “L’errore è ragionare per compartimenti stagni, ma la gestione di formazione, assistenza e immigrazione ha bisogno di una visione d’insieme. Dobbiamo smetterla di vedere il migrante come un pericolo, ma capire che per noi può essere un bell’incontro, con questi ragazzi che hanno voglia di lavorare e di darsi da fare, di esserci e di capirci. Per questo parliamo di ‘consapevolezza collettiva’, anche del fatto che le migrazioni sono un fatto endemico, ci sono sempre state: troviamo tracce del diritto d’asilo nelle tragedie di Eschilo di 2.600 anni fa. Nel Gobbo di Notre Dame la zingara Esmeralda viene accolta in cattedrale: l’accoglienza, la tolleranza, l’integrazione, sono tra i principali valori fondanti della nostra tradizione”. Arricchirli con un efficace percorso formazione, poi, può soltanto aiutare a renderli concreti.

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