Don Romano, non fu solo un incontro

Ho appreso da alcuni amici di Trento, la notizia della nascita al cielo di don Romano Caset, e immediatamente, nella mia mente, sono tornati a intrecciarsi come fili di una stessa matassa, lunghi decenni, vissuti nel ricordo di questo sacerdote e non solo. Volti, voci, gesti: frammenti di una storia che non si è mai interrotta nel tempo e che ha continuato a vivere dentro chi è rimasto.

Erano arrivati sul finire degli anni ’60, inizi anni ’70, quasi in punta di piedi, eppure portando qualcosa che allora non sapevamo ancora nominare e stentavamo a fare nostro: l’annuncio del movimento di Comunione e Liberazione. Con una sola parola, li chiamavamo “Trentini”, giovani studenti universitari e lavoratori, qualche frate e seminarista con negli occhi una luce nuova e una libertà che ci incuriosiva e, in qualche modo, ci spiazzava. Il loro stare insieme era “diverso” dal nostro: più essenziale, più vero, come se ogni gesto fosse attraversato da un “senso” più grande, che negli anni a venire, cercammo di fare nostro, tale era il desiderio di vivere quella fede calata nella realtà e per la quale erano venuti facendo tanta strada, non solo dal Trentino, ma anche da Lombardia e Veneto. Nel caldo torrido dei mesi di luglio e agosto di quegli anni, suddivisi in alcune realtà della nostra zona pastorale nella diocesi di Reggio-Bova come Melito, Prunella, San Pantaleo, Chiumputo, Cardeto, andando via, ci lasciarono un impegno, quasi una consegna silenziosa ma precisa: la caritativa e la preghiera. Il loro, non era solo un semplice stare insieme, era un modo di vivere, una responsabilità che ci prendeva dentro. Erano guidati da due giovani sacerdoti, don Romano Caset e don Roberto Marchesoni, e forse proprio per questo, ancora più capaci di parlarci al cuore, annullando le rispettive distanze che li separavano dalle loro realtà.

RicordoancoralaRenault4didonRomano,carica fino all’inverosimile non solo di cose da mangiare, ma di storie, di incontri, di possibilità. Dopo ogni loro partenza, per noi che rimanevamo nella nostra terra di Calabria, il “raggio” diventò un respiro quotidiano. Ci riempiva, ci sosteneva. Ogni sera recitavamo i Vespri, come un appuntamento fedele, semplice, che scandiva il tempo e teneva unita la nostra piccola comunità.

Erano anni diversi rispetto a ora e la scuola cominciava il 1° ottobre, e settembre aveva ancora il sapore dell’estate. In quel tempo sospeso, da Melito di Porto Salvo salivamo a Rovereto per fare l’esperienza della “scuola alternativa”; era un salire non solo fisico, ma anche interiore: si partiva con leggerezza e si tornava cambiati, con domande nuove e una consapevolezza che cresceva piano rispetto all’esperienza che ci era data di vivere in terra trentina.

Alcuni di noi, per qualche giorno, ebbero pure la possibilità di seguire don Romano in una delle sue realtà parrocchiali, un piccolo borgo delle colline trentine, dove come parroco, ci guidava a fare nostra quella “fede” condivisa nella stagione estiva. Era un modo come un altro, per mettere a fuoco i tanti insegnamenti ricevuti.

Poi arrivarono gli anni ’80 e con essi gli ultimi “giessini” (aderenti a Gioventù Studentesca, ndr) guidati da don Roberto. Il loro modo di vivere la fede ci sconvolse, non perché fosse a noi estraneo, ma perché portava i segni di una compagnia all’uomo che avevamo già intravisto negli anni precedenti e che diventava proposta per un cambiamento di vita.

C’era un amore evidente per la nostra terra, concreto, fatto di presenza e di attenzione e c’era il rapporto con i parroci del luogo come don Benvenuto Malara e don Giuseppe Calarco, costruito giorno dopo giorno, senza forzature, ma con una naturalezza che apriva spazi nuovi nella Chiesa di allora; quel venire in terra di missione, non era un semplice spostarsi, bensì un radicarsi, un farsi “storia” di un contesto. E fu proprio così, che maturarono rapporti di amicizia, storie condivise che ancora oggi lasciano il segno della presenza trentina nella Diocesi di Reggio- Bova.

Avendo da me saputo dell’avvio ufficiale dell’apertura del fascicolo del processo di beatificazione di don Italo Calabrò, nel 2022, don Romano scriveva: ” Esultiamo nel Signore, per il dono di don Italo Calabrò. Io lo ho incontrato poche volte e non ho nessuno scritto. Ho visto però la sua opera e i frutti della sua testimonianza”.

Oggi, ripensando a tutto questo, il ricordo non è semplice nostalgia per chi ci ha preceduti in cielo, ma presenza viva, è un cammino che continua, anche se in forme diverse, forti della convinzione che quanto abbiamo ricevuto, abbiamo cercato di custodire come memoria di un Incontro che segna la vita.

E ieri, don Romano e qualche anno fa don Roberto, nella loro nascita al cielo, ci hanno aiutato a ricordare che tutto questo si è fatto ancora più chiaro, più vero: nulla di ciò che è stato da loro donato è andato perduto, poiché vive nei gesti, nelle parole, nei legami di chi è rimasto. Insieme a loro e a quanti sono arrivati in quegli anni, siamo stati parte di una Storia più grande, e quella “diversità” vissuta più di cinquantacinque anni fa è diventata, oggi, il motivo per cui rendere grazie a Dio del dono di quell’annuncio ricevuto.

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