Attenti al Vannaccismo, fa alzare i toni e le paure

Roberto Vannacci. Foto Parlamento Europeo

Non si era parlato qui del suo best seller “Il mondo al contrario” (2023), perché certe idee non meritano troppa pubblicità. Non lo vedevamo a lungo come vice di Salvini, perché la Lega già gli stava stretta (e infatti…). Abbiamo temuto la sua elezione ad eurodeputato e invece Roberto Vannacci, l’ex generale incoronatosi guida del movimento “Futuro nazionale”, è riuscito a trovare seguaci e voti con il suo stile muscolare, battutista e discriminatorio.

Ma ora che anche in Trentino si fan sentire alcuni iscritti alla sua truppa s’impongono due allarmate note sul Vannaccismo.

Con questo termine – sdoganato in un libro di Fabio Filomeni, altro militare suo amico – si evidenzia già il carattere pericolosamente accentratore di questo movimento fondato sul “credo” del suo leader (anche per il Grillismo si disse così, ma lì c’era una legittimazione dal basso tramite voto elettronico) e quindi sulle sue esternazioni. Con le quali ha voluto fissare via via alcuni princìpi al limite della stessa Costituzione, che sono risultati quasi sempre in palese contrasto con la dottrina sociale cattolica. La sua è infatti una visione identitaria, sovranista ed estremamente chiusa che si oppone alla convivenza multietnica e punta all’assimilazione invece che alla valorizzazione delle culture. Una concezione nazionalista più che “patriottica”, che si traduce in euroscetticismo dichiarato e in autarchia. Una valorizzazione del “patriarcato mediterraneo” (il termine è suo) che afferma di fatto una superiorità maschile, rifiutando invece il valore della reciprocità fra uomo e donna e della cura condivisa dei figli. Una discriminazione sostanziale di alcuni gruppi sociali contenuta nella sua proposta di classi separate per le persone con disabilità. Potrebbero bastare queste note “di programma” per motivare una stroncatura severa, ma è forse sul “metodo” che il generale utilizza per farsi spazio che vorrei richiamare l’attenzione: alzare i toni per porsi al centro della scena, per favorire la polarizzazione.

L’ultima sconcertante conferma è arrivata martedì di questa settimana quando, rispondendo ad un infelice assist di una cronista che gli ha chiesto direttamente “Gonne corte o gonne lunghe?”, il graduato ha risposto improvvisando (?) una battuta – è davvero il caso di dirlo – da caserma: “Io una donna la preferisco sempre senza gonna”. È riuscito così a scatenare una comprensibile condanna da ogni lato degli schieramenti politici (e giustificandosi col fatto che “era una battuta leggera ad una domanda leggera”), rimanendo comunque sempre lui al centro delle chiacchiere da bar e anche dei salotti televisivi. Non ci consola rilevare che dagli Stati Uniti d’America – un tempo tempio della democrazia – ci arriva un esempio altrettanto preoccupante, al punto da far dire al teologo don Rocco D’Ambrosio ( vedi pag. 7 ) che “è davvero scandaloso vedere certi governanti delle grandi potenze comportarsi come adolescenti infantili”.

Purtroppo non si tratta solo di protagonismo narcisista, ma di calcolo elettorale. Come concordano molti politologi, Vannacci vuole

“sfondare” tra gli insoddisfatti della destra (e, dice qualcuno, anche di estrema sinistra), pescando pure fra gli astensionisti apatici. In questo quadro fa pensare il comizio ai giovani militanti di Fratelli d’Italia con cui la premier Meloni è riuscita a dettare l’agenda settimanale, spazzando via il raduno leghista a Pontida. Si è riservata per quella domenica lo studiato annuncio di un disegno di legge (non ancora precisato peraltro dal ministro Valditara) sull’equilibrio etnico nelle classi italiane, così grossolanamente motivato: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare. Chiamare tutto questo integrazione è un’altra menzogna, una menzogna comoda per chi vive di ideologia, per chi ci fa la morale dai salotti e poi i propri figli li manda in scuole nelle quali questo problema non esiste”. Un’arringa per i suoi fedelissimi, che sulla bocca di una Presidente del Consiglio ha giustamente provocato una dichiarazione del presidente Mattarella e anche un lapidario giudizio del presidente della CEI card. Zuppi: “Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo – ha detto nella prolusione -. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”.

Di queste “alzate di tono” ne dobbiamo purtroppo prevedere ancora nella rincorsa a Vannacci e alla sua strategia di radicalizzazione del confronto politico. Egli conosce bene le logiche dei social media, sempre più decisive anche nella politica italiana: giocano un ruolo decisivo perchè “l’algoritmo premia gli estremi”, come ha documentato mercoledì 23 settembre nell’editoriale di Avvenire l’economista Leonardo Becchetti a margine del voto a favore delle destre in Germania condizionato anche dalle piattaforme social private: “Il profitto dipende dalla capacità di attirare attenzione” e “conflitto, indignazione e ostilità sono tra i mezzi più efficaci per produrre coinvolgimento”. Anche Vannacci (e non solo) lo ha compreso bene, ma il compito di chi crede nel confronto democratico, libero e approfondito deve preferire ben altre modalità di espressione politica.

vitaTrentina
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