Dopo le recenti notizie di cronaca, l’Ordine delle Professioni Infermieristiche della Provincia di Trento ha deciso di intervenire denunciando la carenza strutturale di infermieri negli organici, “una criticità che oggi si manifesta con particolare evidenza e che mette seriamente a rischio la sicurezza e la qualità delle cure. Le fragilità del Servizio sanitario nazionale e provinciale rendono urgente investire nella professione infermieristica e in modelli organizzativi capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone”. (da vitatrentina.it, 28 dicembre 2025)
La decisione della Giunta provinciale di sostituire l’attuale squadra sanitaria delle cure domiciliari, fino ad ora formata da personale che fa riferimento al Consolida (il consorzio delle cooperative sociali trentine) con un’altra compagine cooperativa riferita invece a Faenza, il “Consorzio Blu”, vincitore dell’appalto per la durata di sei anni, ha provocato uno scossone nel mondo della sanità trentina, ma soprattutto fra i pazienti e le loro famiglie, poste di fronte a incertezze che minano il rapporto di fiducia su cui l’assistenza sanitaria si basa.
La cura della salute non è infatti solo una questione di numeri, di prestazioni da offrire e caselle vuote da riempire, ma richiede contatti diretti, relazioni, conoscenze che vanno al di là dell’aspetto “tecnico” della malattia, per investire l’ambiente nel quale il malato vive, i suoi stili di vita, i suoi timori, le sue esigenze. Tutte cose ben risapute dagli operatori sanitari e anche ben praticate come ha avuto modo di constatare chi in Trentino abbia affrontato ricoveri ospedalieri con cure prolungate in casa ed abbia potuto misurare l’attenzione del personale, soprattutto infermieristico, ad esse dedicato.
Infatti, al di là delle eccellenze professionali e tecniche richieste ai medici, sia quelli dei reparti ospedalieri che quelli responsabili di un territorio (sarebbe meglio tornare a chiamarli “medici condotti” invece che “di base”, perché non si trovano ad un gradino inferiore della scala sanitaria, ma a loro viene richiesta una visione complessiva della malattia e del malato), è proprio sul personale infermieristico che il sistema si sorregge.
Se il Trentino può puntare sulle eccellenze ospedaliere (che rischiano peraltro di indebolirsi proprio per carenze negli organici infermieristici) è sugli infermieri che deve investire per mantenere e migliorare i suoi attuali livelli.
Sono anni che gli operatori del settore insieme ai sindacati denunciano questi problemi sui giornali (si veda anche la notizia ripresa da Vita Trentina dello scorso anno), avvertendo che per affrontarli e risolverli occorrono piani a lungo termine; non bastano le soluzioni tampone, aumentare gli straordinari, ricorrere a gettonisti (sotto varie forme e nomi). E non basta affidarsi alle scorciatoie del mercato, mettendo le professionalità all’asta del miglior offerente. La crescita delle competenze deve piuttosto essere coltivata nelle realtà in cui sono chiamate ad operare, devono svilupparsi come una pianticella preziosa, sostenersi l’una con l’altra, senza sradicare le piante preesistenti. Il tema, anzi il problema, va ben oltre lo specifico del settore sanitario e investe un orizzonte di scelte politiche più vasto che supera anche la preoccupazione (necessaria, ma non sufficiente) della tutela dei posti di lavoro. In settori che hanno al cuore della loro attività le relazioni, le comunicazioni, come quello sanitario (ma anche la scuola, fra molti altri) non si possono trattare uomini e donne come “fattori della produzione”, riducendoli a “risorse umane”, un nome brutto quanto il concetto che esprime. Persone sono e come persone mettono a disposizione la loro professionalità “in toto”, che è tale perché comprende sia le conoscenze di competenza che le doti personali, un mix che non è intercambiabile quasi fosse una pedina sulla scacchiera. Il discorso è tanto più vero per le cure domiciliari, che non sono un settore marginale del sistema sanitario, non ne costituiscono un’appendice ornamentale, ma – come ben sanno, e con gratitudine riconoscono, quanti ne hanno avuto bisogno – rappresentano una componente importante della sanità. E lo sarà sempre di più con la popolazione che invecchia, le patologie che richiedono lunghe riabilitazioni, le cure palliative delicate, le prenotazioni di visite sempre più affollate anche per le bizze algoritmiche delle piattaforme informatiche.
In questo contesto le cure domiciliari si confermano un pilastro del sistema sanitario, un patrimonio umano e professionale che il Trentino deve far crescere e sentire come proprio, non acquistare con appalti o dismettere con rinunce. Sono un bene comune di donne e uomini che entrano nelle case, incontrano le famiglie, non si limitano a operazioni tecniche, ma ascoltano, vedono, parlano, convincono, capiscono. Per questo gli “appalti” in questo settore aprono crepe non solo nel profilo sanitario, ma nel sistema di relazioni di una comunità e quindi nella visione e gestione politica della stessa autonomia provinciale; essa infatti deve mirare proprio a mantenere il primato delle specificità umane nel lavoro, nelle interrelazioni, rispetto all’appiattimento sui mercati, serve a non ridurre ad algoritmo la soluzione dei problemi sociali.
Certo, esistono anche i problemi economici, i limiti di bilancio e di risorse da osservare. Ma questi non possono essere una giustificazione per trascurare o declassare i settori decisivi di crescita umana, per ridurre a spese quelli che dovrebbero essere investimenti sociali. A proposito di “risorse” occorrerebbe rivedere certa dubbia “progettualità”; forse con qualche megaconcerto e qualche rotatoria in meno la qualità della vita, nel Trentino, non sarebbe troppo peggiore. Ma il patrimonio civile e umano dei servizi sanitari deve, tenacemente, essere curato e crescere sul territorio, non può essere disperso in appalti esterni. Ed è proprio sul sistema dell’appalto che un’autonomia deve saper riflettere, anche in maniera innovativa.