C’è anche l’invito a evitare la realizzazione di un bacino di innevamento nella piana delle Viote per preservarne l’altissimo valore naturalistico e orientarsi piuttosto verso l’ampliamento dell’invaso già esistente a Mezavia o, al massimo, su piccole opere di rimando in aree già infrastrutturate, tra le raccomandazioni emerse dalla ricerca condotta da UniTrento e MUSE sull’area delle Viote, presentata in un incontro pubblico a Sociologia a Trento.
Lo studio multidisciplinare condotto dall’Università di Trento e dal MUSE – Museo delle Scienze, è stata promossa nell’ambito del protocollo d’intesa UniCittà, stretto tra Università e Comune di Trento, offre una mappa completa delle fragilità ecologiche, delle dinamiche idrologiche e delle prospettive di sviluppo turistico del Monte Bondone di fronte alle sfide del cambiamento climatico. A restituire una sintesi dei risultati sono stati direttamente i due gruppi di ricerca UniTrento e quello del Muse, introdotti dal coordinatore del progetto Marco Tubino, docente del Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica UniTrento e coordinatore del Comitato UniCittà. A introdurre la presentazione, i saluti di Massimo Bernardi direttore del Muse – Museo delle Scienze, e di Silvio Fedrizzi, dirigente servizio Urbanistica del Comune di Trento.
L’indagine descrive la Piana delle Viote come un unicum geologico e geomorfologico modellato dai ghiacciai, il cui paesaggio si distingue per la presenza di anfiteatri e cordoni morenici di alto valore scientifico, oltre a una torbiera relitto di lago proglaciale. La rilevanza ecologica del territorio è avvalorata dall’inclusione di due Zone Speciali di Conservazione della Rete Natura 2000, a cui si affianca un’importante area archeologica con tre siti che testimoniano la frequentazione preistorica del luogo. In questo straordinario mosaico ambientale, che intreccia praterie alpine, aree umide, ambienti rupicoli e boschi, trovi dimora una ricca biodiversità: l’area ospita infatti una flora caratteristica delle zone umide, quasi 200 specie di invertebrati protetti, almeno 70 specie di uccelli nidificanti tra cui spiccano rarità come l’averla piccola e il re di quaglie, oltre alla metà delle specie di chirotteri censite in tutto il Trentino e a grandi mammiferi come l’orso bruno e il lupo.
A fronte di un patrimonio ecologico così composito, le analisi condotte dal team del MUSE, nella prima sezione del Rapporto, evidenziano le gravità dei rischi connessi alla realizzazione di una grande opera infrastrutturale nella Piana delle Viote. Un bacino artificiale comporterebbe innanzitutto un’alterazione irreversibile della tipica morfologia di origine glaciale a causa dell’entità dei movimenti terra, degli scavi e dei riporti di terreno necessari, con il potenziale danneggiamento anche dei siti archeologici censiti nell’area. Particolarmente critico risulta l’impatto sulla qualità delle praterie alpine di pregio: il compattamento del suolo e i lavori di cantiere provocherebbero danni non recuperabili nel breve e medio periodo. Tali alterazioni finirebbero per compromettere habitat fondamentali per numerose comunità di invertebrati – con particolare riferimento alle specie di lepidotteri –, innescando un effetto a cascata a danno degli uccelli insettivori, dei chirotteri e di altre specie sensibili. Sul piano idrologico, la ricerca sottolinea il pericolo concreto di alterare sia il deflusso superficiale sia la circolazione idrica sotterranea, con particolare attenzione ai flussi idrici provenienti dai torrenti e dai versanti della Val d’Eva e della Val Mana. Un’opera di simili dimensioni rischierebbe infatti di intaccare negativamente il bilancio idrico della Torbiera delle Viote, delle aree umide interne al Giardino Botanico e di interferire con l’area di rispetto e protezione idrogeologica di una sorgente. Un bacino artificiale non adeguatamente sagomato, caratterizzato da sponde scivolose o con pendenze eccessivamente ripide, finirebbe poi per trasformarsi in una “trappola ecologica”, causando la mortalità diretta di anfibi, rettili, uccelli e mammiferi.
L’analisi curata dal Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Ateneo ha vagliato la sostenibilità delle diverse opzioni per garantire l’operatività del comprensorio sciistico, pur tenendo conto dei crescenti impatti del cambiamento climatico. In particolare, l’analisi condotta evidenzia come il cambiamento climatico stia già riducendo la disponibilità di condizioni adeguate all’innevamento programmato e come tale tendenza sia destinata a proseguire nei prossimi decenni. L’evoluzione dell’attività sciistica nel comprensorio del Monte Bondone dipenderà in larga misura dalla traiettoria futura delle emissioni globali: nello scenario ad alte emissioni, le giornate favorevoli all’innevamento programmato diminuiranno rapidamente e, dopo la metà del secolo, nella parte inferiore del comprensorio le condizioni adatte si presenteranno solo a partire da metà dicembre.
Tra le soluzioni analizzate, i ricercatori individuano nell’ampliamento dell’invaso già esistente a Mezavia, possibilmente in via esclusiva, la scelta nettamente più sostenibile per preservare l’equilibrio naturalistico delle Viote. Se per le esigenze delle piste da sci dovesse comunque servire un secondo piccolo bacino di supporto in quota, la ricerca raccomanda di non realizzarlo nella piana, ma di posizionarlo in zone già servite da strade e parcheggi, come ad esempio nei pressi di Vason. Per garantire la massima integrazione con l’ambiente, lo studio suggerisce inoltre di adottare il modello del “biolago”: un invaso progettato con sponde a pendenza dolce, aree perimetrali ricche di piante acquatiche autoctone e rampe per consentire il passaggio della fauna. In questo modo la struttura supererebbe la semplice funzione tecnica per l’innevamento, trasformandosi in una riserva idrica utile contro la siccità e gli incendi, oltre che in uno spazio valorizzato da percorsi ecoturistici e attività didattiche.
L’impatto del cambiamento climatico impone una profonda riflessione sul modello economico della montagna cittadina, rendendo non più rinviabile una strategia di diversificazione dell’offerta turistica. La sezione dello studio curata dal Dipartimento di Economia e Management dell’Ateneo rileva come l’analisi dei flussi nel triennio 2022-25 testimoni una spiccata vitalità strutturale della destinazione, capace di attrarre volumi crescenti di visitatori sia nel polo urbano sia in quello montano. Tuttavia, l’indagine mette in luce la persistenza di una marcata polarizzazione stagionale, individuata come il nodo critico da affrontare per la governance del sistema “Bondone 2035”.
I dati evidenziano una netta differenza nelle modalità di fruizione del territorio: mentre sul monte si registra una permanenza media più lunga e legata a una domanda ricorsiva, in città la presenza è più breve e dinamica. Per questo la sfida strategica del futuro risiede nel superamento dello sviluppo separato tra i due ambiti, promuovendo un modello integrato e simbiotico che valorizzi la complementarità ricettiva tra l’extra-alberghiero urbano e il settore alberghiero di quota. La chiave per il rilancio risiede nella valorizzazione delle stagioni intermedie – primavera e autunno – trasformando i momenti tradizionalmente a bassa affluenza in opportunità esperienziali uniche basate sulla biodiversità, sulla didattica della scienza ambientale e sulla cultura rurale delle malghe. La resilienza della montagna dipenderà così dalla capacità di introdurre tre leve integrate: la promozione di una mobilità sostenibile, un’offerta didattico-territoriale permanente e un posizionamento di mercato in grado di attrarre target diversificati lungo tutto l’arco dell’anno.