Con scienza e coscienza, avanti con i vaccini

La prima operatrice sanitaria vaccinata ospedale Santa Chiara. Foto ufficio stampa PAT

Apertosi con la gioia degli azzurri olimpici e segnato dalla fuga dei profughi afghani finalmente arrivati in Trentino, quest’agosto di possibile uscita dalla pandemia ci consegna altre due immagini, in contrapposizione: al corteo di circa trecento no-vax che ogni sabato pomeriggio protesta per le vie di Trento contro la “dittatura vaccinale” si contrappone l’impegno di alcuni sindaci italiani che bussano “porta a porta” dai propri concittadini over 50 per spingerli alla vaccinazione, così da rendere molto meno dannosa la circolazione endemica del virus.  Va apprezzata e forse anche imitata l’azione dei primi cittadini che girano di casa in casa per convincere i loro censiti che l’estensione del contagio può essere tenuta sotto controllo solo se si aumenta la percentuale di popolazione vaccinata (oltre a tenere comportamenti corretti). Questi sindaci, di fronte a certe resistenze, possono replicare con il fatto che il 90% delle persone ricoverate per Covid non erano completamente vaccinate e con i dati scientifici che documentano come gli effetti collaterali dei vaccini autorizzati dalle autorità internazionali sono inferiori a quelli di moltissimi farmaci di uso quotidiano.

Non basteranno i sindaci a convincere la minoranza di opinione pubblica “No Vax”, alimentata da fonti informative spesso poco autorevoli, ma in queste settimane sopra la confusione delle polemiche e nella complessità delle posizioni si sono levate due frasi lapidarie, pronunciate da Sergio Mattarella e da papa Francesco, in piena sintonia anche se da posizioni istituzionalmente molto diverse. “Vaccinarsi è un dovere morale e civico” ha scandito il Capo dello Stato, segnalando il pericolo di una pandemia “non ancora alle spalle” e invocando uno “spirito di sostanziale responsabilità repubblicana”. “Il virus è mutato e si sta rivelando ancora più contagioso, ha aggiunto il presidente della Repubblica. “Più si prolunga il tempo della sua ampia circolazione, più frequenti e pericolose possono essere le sue mutazioni. Soltanto grazie ai vaccini siamo in grado di contenerlo”. “Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un gesto d’amore”, è stata invece la riflessione del Papa, finora mai così esplicita, in un videomessaggio del 17 agosto. “E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini – ha aggiunto – è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli”. “Vaccinarci – ha detto ancora Bergoglio, facendo ricorso a un’espressione molto simile a quella del nostro arcivescovo Lauro pochi giorni prima a Folgaria – è un modo semplice ma profondo di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente dei più vulnerabili”.

C’è chi contesta questi pronunciamenti autorevoli e ponderati – come ha registrato anche il nostro “Dialogo aperto” – e c’è chi li ritiene invece insufficienti invocando misure ancora più severe come l’obbligo vaccinale. Le due affermazioni di Mattarella e papa Francesco ci appaiono esigenti, illuminanti e anche rispettose. Rispettose perché si rivolgono alla responsabilità di ognuno di noi (come personale, non obbligato e tanto meno obbligante, è il gesto di quei sindaci “persuasori”), costringendoci come cittadini ad una valutazione di tipo morale ma anche civica, non solo individuale. E come cristiani ci spingono a far riferimento alla facoltà libera di rispondere nelle situazioni concrete (spesso in evoluzione) “secondo coscienza”, evidentemente secondo quella coscienza “cristianamente formata e ispirata”, quindi con riferimento alla Parola di Dio e al magistero. Servirebbero forse a poco le indicazioni precettistiche, che in passato si sono rivelate deresponsabilizzanti o superate dagli eventi; per questo motivo gli stessi moralisti sociali oggi preferiscono rimandare al responsabile discernimento personale (“La coscienza è la legge del nostro spirito, e lo supera”, diceva il cardinal Henry Newman) pur ribadendo gli orientamenti di fondo. E quali sono questi in tempi di pandemia e vaccini?

Il criterio morale di “non uccidere” (non nuocere a sé stessi e agli altri) e la priorità del bene comune (e quindi dei più poveri) stanno alla base della posizione magisteriale esplicitata dal Papa pochi giorni fa. In altri passi della Scrittura (come abbiamo ricordato nel numero 31 di Vita Trentina) emerge come il dovere in caso di malattia di affidarsi nella preghiera a Dio è fondamentale, ma non sufficiente o alternativo al ricorso doveroso a cure appropriate. Nel libro del Siracide si parla dell’attenzione al medico e siamo invitati ad avere fiducia nelle indicazioni di chi ha preparazione e autorità clinica (anche delle autorità sanitarie, potremmo dire oggi).

In questi mesi l’atteggiamento di sfiducia è stato peraltro favorito, forse moltiplicato, da uno degli effetti culturali che questa pandemia porta storicamente con sé: per vari motivi – che approfondiremo nei prossimi numeri – è sembrato prevalere in questo anno e mezzo una sorta di “relativismo sanitario” per cui alcuni cittadini non vogliono più riconoscere l’esistenza e il valore di autorità pubbliche competenti a cui sono affidate le decisioni del contrasto al contagio, così come avviene in altri ambiti del convivere sociale (pensiamo alla sicurezza o al commercio), regolati da luoghi di decisione e controllo. Questa delegittimazione dell’organo tecnico regolatore è un problema sociale, da considerare lucidamente perché non determini un soggettivismo esasperato che esalta la libertà del singolo e sottovaluta le conseguenze sul bene comune. Crediamo che una comunità locale e nazionale – senza ledere il diritto costituzionale alla libera espressione di opinioni personali – si debba reggere sulla riconosciuta autorevolezza di un organismo centrale qualificato, tanto più nel delicato ambito medico-scientifico.

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