Ci arriva con forza una insoddisfatta domanda di confronto dai giovani fidanzati, credenti e non credenti: come consolidare il loro “stare insieme”, perché ipotizzarlo “per sempre”, quanto legarlo alla sessualità, quando poterlo aprire ai figli. È quanto emerso lunedì dal dibattito sul coraggioso libro di Lucia Fronza Crepaz, ma è quanto affiorava già nel Cantiere sinodale sui giovani trentini e quanto ha spinto Leone XIV a convocare un summit mondiale in ottobre a Roma sull’applicazione di Amoris Laetitia, scritta dieci anni fa da papa Francesco.
Si tratta di occasioni da cogliere. Anche nel periodo estivo, quando più facile è fermarsi a fare “una bella chiacchierata” con i figli oppure una gita in compagnia con giovani che si portano nello zaino forti aspettative di vita insieme. “Perché non ne parliamo un po’?”
Prima dovremo tener conto della “conversione” richiesta da papa Francesco in Amoris Laetitia: “È necessario – scriveva – non fermarsi ad un annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone”, i ragazzi chiedono concretezza e ascolto, parole vicine al loro vissuto di oggi, non legate ad un contesto che non è il loro. L’insistenza con cui nel passato ci si è concentrati nell’affermare le norme della morale familiare (“che cosa si deve o non si deve fare”) ha portato purtroppo a sottovalutare le domande di significato (“perché stare insieme, perché sposarsi, perché fare figli”) che invece oggi emergono dai giovani, quando si riesce ad ascoltarli davvero.
A dieci anni dall’esortazione apostolica post sinodale è ancora il tempo per quella che papa Francesco chiamava “una salutare reazione di autocritica”: “Dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo”, era l’invito del Papa e questa consapevolezza attraversa tante pagine del libro di Lucia Fronza Crepaz: anche le proposte formulate presuppongono un riconoscimento di limiti nella testimonianza dell’amore di coppia, spesso dovuti alla formazione ricevuta e al contesto in cui si è cresciuti.
Abbiamo talvolta confuso l’annuncio “della bellezza del matrimonio cristiano” con esempi di donazione e generatività che non tenevano conto della fragilità e delle ombre che ogni coppia affronta, lontani quindi dalle condizioni concrete che i giovani vivono: coppie perfette non esistono, volersi bene “come ama Dio” non è un ideale costruito a misura di corso prematrimoniale. Partire dai propri limiti, dalle salutari crisi può favorire il dialogo, l’empatia, lo sguardo misericordioso.
Uno dei pregiudizi più resistenti riguarda la modalità della convivenza, “liquidata” in fretta come una deresponsabilizzante scorciatoia. Quando essa è una scelta – maturata dopo il confronto nella coppia ancora in ricerca – può forse rappresentare invece una fase utile (avviene nei corsi prematrimoniali, dove gran parte dei fidanzati sono già conviventi) per quel discernimento che dà valore alla vita di coppia e ai suoi passi futuri insieme. Tanto più che la cultura odierna sembra ormai “spingere” verso legami ancora più fluidi rispetto agli impegni dichiarati di convivenza.
L’autocritica non è mai esercizio facile, condurlo in coppia o anche in gruppi di famiglie aiuta. E può allargarsi al maschilismo persistente purtroppo anche nel linguaggio; allo stigma degli orientamenti omosessuali come “diversità” e non come condizioni di vita; all’attesa a procreare dei giovani sposi come scelta soltanto egoista e non invece dettata da altre motivazioni (tutela del lavoro, casa…).
All’autocritica giova una rilettura di Amoris Laetitia e qualche sincero dialogo fra genitori e figli, magari in una sera di mezza estate.