Il nuovo attacco di Trump a Giorgia Meloni fa il gioco di una lobby anti-italiana

Giorgia Meloni è quasi paradossalmente intrappolata fra Trump e la riforma della legge elettorale.

Sembrerebbero due aspetti incompatibili, ma, a guardarci bene, non lo sono. Entrambi hanno a che fare con la stabilità del nostro sistema politico. Il tycoon vuole mandarla all’aria perché un rigurgito di instabilità in Italia si rifletta pesantemente in Europa. La riforma elettorale in discussione rivela le fragilità complessive della nostra politica per cui si inizia ad interrogarsi se non sia illusorio pensare di combatterle con artifici legislativi come premi di maggioranza, quorum, liste bloccate e quant’altro.

Il rinnovato attacco, volgare e fuori di ogni misura, di Trump alla nostra premier può essere interpretato in due modi.

Il primo è che dipenda semplicemente dai problemi psicanalitici di un personaggio che si crede un gigante nella storia, per cui si irrita con chi non gli presta omaggio servile, specie se si tratta di qualcuno che in passato credeva di avere dentro la sua corte. Impossibile negare che questa componente abbia giocato, difficile credere che tutto si esaurisca lì. Questo tipo di risentimenti e irritazioni diventano ossessioni, come nel caso di Meloni, se ci sono ambienti che li coltivano e attizzano, certo sfruttando le debolezze psicologiche del presidente Usa. E qui veniamo al secondo modo di interpretare quanto è avvenuto. Abbiamo il sospetto che ci sia una lobby anti-italiana interessata a lavorare sul momento di difficoltà che interessa il nostro sistema politico. Meloni non è più un leader senza competitori a sinistra: non perché ci sia qualcuno che può sostituirla in quel ruolo, ma perché ci sono vari che puntano a detronizzarla.

Sono dentro la sua coalizione (Salvini?), ma anche fuori sull’estrema destra (Vannacci). In più non c’è un’opposizione che sia una reale alternativa politica, perché è solo una somma di gruppi che cercano di guadagnare il potere, il che significa che una loro vittoria non configurerebbe un diverso equilibrio politico, ma una competizione fra idee diverse con forte condizionamento dei populismi di sinistra radicale.

Un sistema politicamente instabile in Italia sarebbe il benvenuto per Putin e indebolirebbe la possibilità che l’Europa possa diventare un attore significativo nella rinascita di un multipolarismo che i nuovi autocrati vedono come il fumo negli occhi.

Dei rischi di questo quadro ci si sta rendendo conto, sia pure faticosamente, in alcuni gruppi dirigenti della classe politica, i quali si interrogano se l’attuale proposta di riforma elettorale sia in grado di evitare uno spappolamento del sistema.

Diventa un po’ ridicolo chiamare la riforma “stabilicum”, quando c’è il rischio abbastanza concreto che anziché promuovere un mitico vincitore con maggioranza blindata porti ad una riedizione della repubblica dei partitini a base proporzionale con uno sfiancante gioco di veti e contro-veti.

La soluzione di uscire dall’impasse con la scorciatoia di introdurre un turno di ballottaggio fra le due coalizioni con peso maggiore (ovviamente se entrambe raggiungono un quorum di consensi significativi) è risolutiva sulla carta, ma non si sa quanto possa funzionare davvero in termini di stabilità. Infatti, il ricorso al duello finale fra due coalizioni, spingerà ciascuna a cercare di aggregarsi (se non vogliamo dire di comprarsi) tutto quel che si può racimolare senza fare troppo gli schizzinosi sulla qualità dei sostenitori aggiuntivi. In questo modo si rafforzerebbero le capacità di condizionamento, per non dire di ricatto dei piccoli partiti che si formano fuori delle coalizioni e si sa che in questo caso le richieste più… compromettenti vengono dalle ali estreme che non hanno remore a restare fuori se non vengono accontentate.

Certo una mano ad equilibrare la situazione potrebbe venire dall’introduzione di strumenti di scelta delle candidature da mettere nelle mani degli elettori.

Un corpo elettorale più coinvolto animerebbe anche un traino per la partecipazione ai ballottaggi, dove c’è sempre il rischio di un aumento dell’astensionismo (che, diciamolo, continua ancora ad essere stimato a livelli molto alti). Ciò è però quello che non vogliono né i gruppi dirigenti, né il non piccolo gruppo dei professionisti della politica, sicché al momento non sembra ci siano molte chance di riforma in quella direzione.

vitaTrentina

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