La notizia
Un sospiro di sollievo ha tirato la città di Trento quando si è saputo che il pericolo di uno scoppio a catena allo stabilimento SLOI era stato scongiurato. Il geniale intervento dell’ing. Salviati,, vicecomandante dei Vigili del Fuoco, che ha ordinato la requisizione di due camion di cemento per soffocare l’incendio e soprattutto arrestare la reazione chimica del sodio a contatto con l’acqua che aveva invaso il deposito durante il temporale di venerdì scorso, ha scongiurato un pericolo , per fortuna ignoto, nella sua completa dimensione, a gran parte dei cittadini. Infatti, il pericolo costituito dalla nube caustica, sprigionata dal deposito della Sloi era relativo, rispetto a quello di una possibile liberazione del tremendo piombo tetraetile prodotto dalla fabbrica.
Una fuoriuscita di questo elemento avrebbe significato un’immane tragedia. Peggiore e più allucinante di quella di Seveso, dicono i tecnici.
(da Vita Trentina n. 30 del 23 luglio 1978)
La notizia del pericolo scongiurato, dopo che Trento, nella notte del 14 luglio 1978 si trovò coperta dalla nube tossica provocata dall’esplosione del sodio, se da un lato venne accolta con sollievo, dall’altra confermò quanto lo stabilimento Sloi, a Campotrentino, si rivelasse temibile, non solo per le conseguenze che la lavorazione dei suoi prodotti (piombo tetraetile quale aggiuntivo alla benzina per aumentarne il numero di ottani, ma in seguito anche iperclorito di sodio) aveva sulla salute degli operai. ma per l’incolumità generale della popolazione. Da tempo la fabbrica, aperta nel 1939 nei pressi dell’aeroporto e lungo l’asse del Brennero per rendere più efficaci (meno detonanti), con il piombo, le benzine di Italia e Germania, soprattutto quelle per l’aviazione e i mezzi militari, si trovava nell’occhio del ciclone dei sindacati e di una più vasta opinione pubblica che ammoniva sulla pericolosità degli effetti del suo ciclo produttivo, nonostante gli accorgimenti di una direzione che non era certo insensibile alle condizioni umane.
Con la fine della guerra poi la funzione del piombo tetraetile non si era esaurita, ma trovava nuove ragioni strategiche ed economiche nel “boom” della ricostruzione che proprio sulla motorizzazione di massa si basava e che la proprietà bolognese della fabbrica era ben decisa a cavalcare.
Gli effetti nocivi dei fumi esalati dalla Sloi si erano del resto manifestati ben presto, fin dal 1942, quando i contadini di Campotrentino avevano visto appassire le ciliegie ancora da raccogliere (e s’erano visti riconoscere i danni subiti da un risarcimento legale), ma nel Dopoguerra era prevalsa la spinta all’industrializzazione ed all’occupazione (con paghe anche maggiori rispetto ad altre manifatture) con conseguenze negative sulla salute, come casi di saturnismo fra gli operai a contatto con il piombo.
Un’avvisaglia dei pericoli che anche il sodio provocava s’erano avuti già nel 1966, quando nel corso della grande alluvione, per effetto dell’allagamento di tutta l’area di Campotrentino alcuni barilotti erano scoppiati, provocando una serie di esplosioni che avevano suscitato un diffuso allarme.
Da allora la Sloi divenne una sorta di “osservato speciale” da parte delle forze sindacali, delle autorità sanitarie ( passaggi fondamentali furono le ricerche del dottor Antonio Cristofolini, medico del lavoro), della magistratura e della stampa con gli articoli di Luigi Sardi sull’Alto Adige, ma la grande paura di quella notte di luglio, con l’emergenza superata solo grazie al deciso intervento dell’ingegner Salvati, ebbe l’effetto di provocare decisioni drastiche e definitive: il sindaco Tononi ordinò la chiusura della Sloi, mentre la magistratura ne dispose il sequestro.
Alla Sloi lavoravano allora 153 operai. Quella decisione ebbe però effetti più vasti a livello generale e contribuì a ridefinire l’atteggiamento delle istituzioni territoriali (Comuni e Provincia) nei confronti degli insediamenti industriali, riconoscendo un peso determinante alle condizioni di lavoro e alla tutela della salute, personale e pubblica. Si presentò anche come una lezione che resta attuale, mostrando come le lavorazioni ad alto rischio siano spesso suscettibili di provocare incidenti per cause non previste, che gli esperti escludono, ma che poi accadono. Come il temporale, non più violento di molti altri, che rischiò di far soffocare la città. Anche oggi le comunità civili, amministrative e politiche, di fronte alla crisi energetica, si trovano di fronte a simili scelte rischiose.
L’altra lezione è che presenze inquinanti, come era la Sloi, non cessano i loro effetti quando vengono chiuse o sospese. I terreni attorno all’ex fabbrica, in molte sue parti già smantellata, risultano oggi ancora inquinati con pericolo per le falde acquifere sottostanti, tanto che risulta una necessità e comunque un obbligo a prescindere dai progetti sull’area e dai notevoli costi pubblici previsti, bonificarle. Sotto questo punto di vista la nube tossica della Sloi non è stata ancora del tutto dispersa dai venti che scendono su Campotrentino, ma resta ancora come un segno di ammonimento per il futuro, perché nelle scelte venga osservato sempre un senso del limite, con prudenza e misura.