«Date loro voi stessi da mangiare»

2 agosto: Domenica XVIII – Tempo Ordinario A

Letture: Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

«Date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14,16)

Le letture di oggi parlano di fame e di sete, di dono e di cura. La prima lettura annuncia un tempo nuovo in cui chiunque sarà saziato gratuitamente e in modo sovrabbondante. Nel segno del vino, del latte e dei cibi succulenti, Dio non offre soltanto la promessa di una vita dignitosa, ma la certezza della cura di un Padre che non abbandona le sue creature.

La seconda lettura elenca le prove che rendono difficile il cammino umano: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità… In tutto questo il discepolo può continuare ad aggrapparsi a Cristo. Il suo amore, che ha sconfitto persino la morte, dona significato ad ogni istante della vita: è amicizia che rinfresca, fede che nutre e speranza che rianima nel cammino.

Il vangelo, sul quale ci soffermiamo, muove l’obiettivo da Dio a noi: qual è il nostro ruolo come discepoli di Cristo?

Ci sono momenti in cui la vita ci mette davanti a un bisogno più grande delle nostre forze. Guardiamo la folla — le fatiche, le fami, le attese di chi ci sta accanto — e istintivamente calcoliamo ciò che abbiamo: poco, troppo poco. È esattamente la situazione dei discepoli. Hanno cinque pani e due pesci, e una moltitudine da sfamare. La loro reazione è ragionevole, quasi saggia: «Congeda la folla» (v. 15). Che ciascuno provveda a sé.

Ma il racconto non nasce dal calcolo, bensì da uno sguardo. Prima ancora del prodigio, Matteo ci dice che Gesù, sceso dalla barca, «vide una grande folla, ne sentì compassione e guarì i loro malati» (v. 14). La compassione e la guarigione non sono semplici moti dell’animo: sono i segni dell’agire messianico, la prova che Dio non abbandona il suo popolo nel momento della crisi. Come un tempo nel deserto, Dio torna a preparare la mensa per i suoi. Misericordia e pane sono il segno che i tempi nuovi sono già cominciati.

Al comando perentorio di Gesù, «date loro voi stessi da mangiare» (v. 16), i discepoli oppongono la loro povertà: non hanno che cinque pani e due pesci. È la nostra stessa obiezione. Eppure, Gesù non chiede loro di produrre l’abbondanza, ma di consegnare il poco che hanno. Prende quel poco, alza gli occhi al cielo, «benedì» e «diede»: sono i due verbi che strutturano l’intera scena, i gesti antichi della benedizione ebraica che celebra il Signore provvidente, «colui che fa uscire il pane dalla terra». Sono anche, inconfondibilmente, i gesti dell’ultima cena. Chi legge non può non ricordare quella notte in cui Gesù, «preso il pane e pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli» (26,26).

Il miracolo, allora, non è anzitutto una moltiplicazione di quantità, ma una trasformazione di logica. La Sapienza di Dio precede e scardina il calcolo umano. E accade attraverso le mani dei discepoli, mediatori inconsapevoli di un dono che non è il loro. Chi non ha diventa protagonista della gioia del Regno nel momento in cui condivide ciò che ha ricevuto in benedizione. L’esito è sorprendente: tutti mangiarono a sazietà, e ne avanzò. Dio elargisce i suoi doni senza misura.

Questa parola ci raggiunge nel nostro quotidiano avaro, dove tendiamo a trattenere per paura di restare senza. Il vangelo ci ricorda che il pane si moltiplica solo quando si spezza, e che la nostra povertà, consegnata, diventa nutrimento per molti.

Chiediamoci: davanti alla fame di chi mi sta accanto, mi limito a congedare la folla e a calcolare il poco che ho, oppure oso consegnarlo, lasciando che sia Lui a benedirlo e a spezzarlo per la vita di molti?

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina