Il vino tra Trentino e Tanzania, quattro giovani in “missione” sulle orme di padre Oscar Girardi

“Crescerà la vite in Tanzania?”. Tutto comincia con un WhatsApp, di quelli che si scrivono magari durante una notte insonne, senza sapere ancora bene dove ti porteranno. A inviarlo è Luca Girardi, 28 anni di Ravina, a riceverlo è Alessandro Bignardi, suo vecchio compagno di studi alla triennale di San Michele all’Adige.

È il 2024. Oggi quella domanda ha una risposta concreta, fatta di container che attraversano l’oceano e una rete di quattro giovani professionisti – oltre a Luca e Alessandro anche il trentino Filippo Rigotti e Davide Saccardo, vicentino – che hanno deciso di mettere la loro laurea in Enologia al servizio di un progetto inedito: creare una cantina per l’Arcidiocesi di Dar es Salaam.

PADRE OSCAR GIRARDI, UNO ZIO IN MISSIONE 

C’è un filo rosso tra i vigneti del Trentino e le terre rosse alla periferia di Dodoma, dove, in un magazzino di recente costruzione ma ancora senza una precisa destinazione, si sta allestendo una cantina capace di produrre circa 750 ettolitri di vino, su per giù 100mila bottiglie. Ad annodarne il capo africano è padre Oscar Girardi, missionario francescano in Tanzania dal 1998 e zio di Luca. “L’Arcidiocesi locale aveva un’esigenza specifica: produrre vino da Messa in autonomia. Importarlo da Italia, Spagna o Portogallo era diventato troppo costoso e logisticamente complesso. “Cercavano qualità, ma anche fiducia”, ci racconta Luca che dopo un primo sopralluogo nell’agosto 2024 ha intuito di avere in mano le carte giuste per dare forma al progetto.

UNA SFIDA NELLA SFIDA DOVE L’INVERNO NON ESISTE 

A Dodoma, nel cuore della Tanzania, il clima è equatoriale. Le temperature oscillano costantemente tra i quindici gradi della notte e i trentadue del giorno. “La vite sta sveglia tutto l’anno”, ci raccontano i due enologi. “In Europa siamo abituati al riposo vegetativo invernale; qui, la pianta non dorme mai. Abbiamo osservato che, è possibile fare due vendemmie all’anno, una a febbraio e una a settembre, decidendo i tempi di raccolta semplicemente attraverso la potatura”.

Anche se il vino qui si produce già, questo territorio, di fatto, è praticamente inesplorato dalla letteratura scientifica. I ragazzi si sono mossi con un mix di “spirito nerd”, di ricerca scientifica, e imprenditorialità, verificando se varietà italiane e internazionali di vite si potessero adattare a queste condizioni. Hanno introdotto il Syrah, che ama il caldo, ma anche la varietà PIWI Poloskei Muskotaly, resistente alle malattie fungine. Non c’è però “solo” da fare il vino: c’è da insegnare come si produce, cercando di mediare tra la tradizione locale e la necessità di una produzione su scala industriale, tra nuovi impianti e vigne tolleranti alla siccità, piantate quasi mezzo secolo fa. La loro però non è una consulenza “fredda”; col tempo, all’interno del processo di conoscenza reciproca, sta sbocciando un bel rapporto di amicizia e fiducia.

“DALLA TERRA, LA RICCHEZZA CHE NON TI ASPETTI” 

Attorno alla vite si sono così intrecciate anche relazioni. Durante un viaggio notturno con i tecnici locali per sdoganare alcune varietà di vite in aeroporto, Alessandro si ritrova a chiacchierare della sua vita in Italia. Racconta degli studi, dei lavori, della sua quotidianità alle soglie dei trent’anni. “Mi hanno chiesto se avessi una casa mia, una terra, una famiglia. Quando ho risposto di ‘no’, che in Italia alla mia età è normale non poterselo permettere, sono rimasti per un attimo a guardarmi, sbalorditi. Poi hanno iniziato a compatirmi”. È il paradosso di un Occidente iperistruito ma “senza terra”, che si confronta con una società giovane (l’età media è ben sotto i 25 anni) che vive una fase di ottimismo demografico e vitalità coinvolgente. “È stato un ribaltamento totale di prospettiva”, raccontano i ragazzi. “Qui c’è un fermento che da noi è difficile percepire. Ed anche, forse, spiegare”.

“POLE POLE”, A RALLENATARE SI IMPARA

L’esperienza in Tanzania sta insegnando ai ragazzi anche una diversa gestione del tempo. “Noi siamo abituati a correre dietro agli orari dei treni, alle scadenze. Lì lo stress di base non esiste, ‘ pole pole’ è il loro motto che tradotto in italiano dallo swahili, significa piano piano, adagio”, ci raccontano. “E ancora, ‘ Haraka Haraka haina baraka’ che letteralmente vorrebbe dire ‘La troppa fretta non è benedetta’. Ma non è inefficienza, è una filosofia di vita che dà priorità all’incontro”, sottolineano Luca e Alessandro. In Occidente il tempo è denaro, è una linea retta che non deve avere interruzioni, mentre il tempo africano è un contenitore di relazioni. “Se un appuntamento slitta di tre ore a causa del traffico di Dar es Salaam o di un incontro imprevisto, non è un dramma: fa parte del flusso”, raccontano i due giovani. Questa dilatazione temporale si riflette anche nei grandi eventi comunitari.

Luca e Alessandro erano in Tanzania lo scorso febbraio, quando sono stati celebrati i funerali del cardinale Polycarp Pengo, 81 anni, guida spirituale della Tanzania e difensore della libertà dell’Africa. “C’erano 40 mila persone, la Messa è durata più di cinque ore”, ricordano. “Un senso della comunità e dello stare insieme che qui abbiamo dimenticato”.

In questo contesto, è facile intuire come, il vino da Messa che produrranno non sarà solo un prodotto agricolo, ma un elemento essenziale per la vita sociale e spirituale di un’intera comunità.

A SETTEMBRE LA PRIMA VENDEMMIA 

Il cantiere della cantina – che porta il nome dell’arcivescovo poschiavino Edgar Maranta (1897-1975), che in Tanzania ha istituito missioni e parrocchie e ha fatto costruire numerose chiese, scuole e ospedali – procede a ritmi serrati. I container con i macchinari sono in viaggio e, se i ritardi marittimi non giocheranno brutti scherzi, il prossimo settembre ci sarà la prima vera vinificazione.

“Sarà il momento della verità, il nostro biglietto da visita per l’Arcidiocesi”, dicono con entusiasmo Girardi e Bignardi. “L’obiettivo finale non è quello di restare lì come gestori, ma rendere la comunità indipendente. Formare i lavoratori – ragazzi giovanissimi provenienti principalmente dei villaggi locali perché diventino loro stessi enologi e cantinieri, capaci di prendere decisioni tecniche e gestire il patrimonio viticolo”. Insomma, essere padroni della propria terra.

Alessandro, Luca, Filippo e Davide sono partiti per portare la competenza di San Michele all’Adige all’Equatore, ma, dopo ogni viaggio, assieme a qualche nuovo termine in swahili, in valigia tornano sempre con qualcosa di diverso. E la consapevolezza che, mentre loro insegnano a produrre il vino, l’Africa sta insegnando loro a ricalibrare l’ordine delle priorità, a rallentare il passo e a riscoprire il valore profondo del legame con la terra.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina