Pure i nostri preti provano la delusione, lo sfinimento, il mal-essere. Non possiamo spesso sapere in che misura, e per quali reali motivi. Ma la domanda impostasi in questa sofferta estate – chi si prende cura dei nostri preti? – non riguarda solo gli “addetti ai lavori”.
Come osserva sottovoce il nuovo vicario episcopale per il clero don Tiziano Telch (l’intervista è a pag. 11), i preti spesso fanno fatica anche a “guardare” a se stessi, a riconoscere le proprie fatiche e, tanto più, a chiedere aiuto. Che in alcuni casi dovrà essere uno “stacco” temporaneo o anche un supporto psicoterapeutico, ma che dovrebbe emergere come richiesta nel cerchio delle relazioni più strette: un confratello amico (o più di uno), un religioso (o anche una religiosa), un parente o un esperto di fiducia. Spetta alla comunità intera però – ognuno di noi, in prima persona – la responsabilità di farsi attenta al ben-essere psicofisico del suo “don”, perché – come ci ha detto don Tiziano – “il sacerdote con il suo stile e la sua fede plasma la comunità, ma anche la comunità plasma il suo sacerdote”. Lo aiuta a crescere, gli porta altri punti di vista, gli fa arrivare sani consigli, gli indica qualche altra bellezza della vita buona del Vangelo. E quindi del grande valore della sua vocazione, che non è sacrificio, ma dono per il mondo. Prendersi cura del proprio don vuol dire forse “prenderselo a cuore” (l’espressione non a caso affiora nei ringraziamenti a fine mandato pastorale), con una premura fraterna che sappia essere discreta, rispettosa, sincera. Non si tratta di “coccolarlo” come un nonno o di riverirlo con una soggezione d’altri tempi. E neanche di appropriarsene in modo escludente o di considerarlo un amicone: è in mezzo a noi come un ministro (sempre più raro) della Parola e del Pane.
Come laici e come laiche – in questo tempo di rapporti sociali fluidi, superficiali e spersonalizzati – siamo interpellati ad arricchire in modalità più consapevoli le relazioni con il nostro fratello sacerdote, pure nelle stagioni fiacche o dolorose della sua vita.
Ringraziandolo (almeno ogni tanto) per l’indispensabile servizio fra la gente, ma senza inchiodarlo al suo ruolo e ai doveri di onnipresenza. Riconoscendo il valore della sua guida di regista, ma invitandolo a delegare nelle situazioni concrete.
Valorizzando la sua agenda fitta di priorità (dagli ammalati ai giovani genitori in fase postbattesimale), ma convincendolo a saper dire qualche sanissimo “no”. E così a tener d’occhio il livello della sua “ansia pastorale”, il grado di stanchezza, il volume degli impegni. A imporsi quindi qualche ora di stacco, la fuga di recupero in montagna, il “ritiro” spirituale oltre i previsti esercizi annuali.
Senza forzare, egli apprezza poi l’invito a cena nel ritmo quotidiano, non da ospite d’onore, ma da familiare che a tavola può fare due parole con i nostri figli.
Anche così potrà (forse) trovare l’ascolto per buttar fuori certi veleni, svelare (almeno ai più “vicini”) la sua umana fragilità, i timori per l’inesorabile venir meno delle forze. Ed essere riportato alla fiducia in quel Padre al quale un giorno ha affidato per sempre la sua vita. “La grande ricetta è quella dell’amicizia e della vicinanza,” scriveva il sociologo Giorgio Campanini prescrivendo di “assicurare a presbiteri e religiosi autentiche amicizie laicali, maschili e femminili”.
Non può chiudersi con la fine di agosto questa riflessione diocesana sul nostro clero. Non per clericalismo (tutt’altra cosa), ma per un “camminare insieme”, gli uni attenti ai passi degli altri.