Enzo Bianchi nella piccola storia trentina

Enzo Bianchi. Un nome capace di oltrepassare confini. Un nome legato alla storia di una Chiesa in dialogo con sé, con le altre e col mondo, ma anche un nome legato a piccole storie locali come può essere quella di Trento. Agli albori del suo cammino, non ancora così noto – come amava ricordare don Silvio Franch, non senza un certo orgoglio – era stato il centro Bernardo Clesio ad accoglierlo in quei suoi primi percorsi di ricerca, approfondita, appassionata e decisa, sulle grandi pagine della Scrittura. La sua voce, con quella fonetica del tutto particolare, risuona ancora nelle audiocassette dei suoi tanti interventi. Erano gli anni Settanta, ed erano i primordi di quella Comunità di Bose che rimarrà il segno più bello di un grande e affascinante sogno. Dagli incontri al Clesio alle predicazioni in Cattedrale, Enzo rimarrà presente in terra trentina sino al 2015, quando in apertura dell’anno pastorale appassionò l’assemblea diocesana con le parole della misericordia (vedi pag. 13, ndr).

Scrivere di lui, una delle persone che hanno segnato tratti importanti di strada, non è facile. Il ricordo è di un uomo, amico dirompente, vissuto in una altrettanto dirompente scelta di vita, sempre forte, sempre piena, sempre affascinante, mai semplice, mai scontata, mai banale. È stato uomo di coraggio, osando ben oltre quello ch’era concesso osare. E questo non ha potuto che farlo diventare una guida appassionata per tanti cercatori che necessitavano di uno spazio di profondità, mentre altri – di certo meno impegnati nel cercare – vedevano in lui l’archetipo di chi conforma troppo le pagine dell’Evangelo a quelle della storia.

Se il suo più grande merito rimane quello di aver fatto innamorare uomini e donne alla Scrittura e, di conseguenza, all’assaporare una Presenza di Dio innamorato dell’umano, uno degli scritti più stimolanti rimarrà quel suo «La differenza cristiana», capace di dare una prospettiva libera e autentica del senso della vita in un percorso, cristiano e umano allo stesso tempo, da viversi nella complessità di una storia sempre più articolata. Bose e Trento si sono frequentate per tanti anni, in nome del cammino ecumenico, con le uguali fatiche e con le uguali aspettative del cammino stesso, condividendo momenti felici e altri meno, come la mancata visita del patriarca Bartolomeo per il centenario dei Martiri d’Anaunia; anche dopo la morte di don Silvio, Enzo ha comunque custodito sempre questo legame, rafforzato, tra l’altro, da una piccola icona di Gesù Maestro ch’era appartenuta a don Silvio.

Se gli ultimi anni rimangono problematici, talora difficili da comprendere e forse persino contradditori, di lui non si potrà mai dire che abbia ceduto alla casualità o alla semplicità. Lo dimostra, oggi in modo evidente, quel suo ripartire da Casa della Madia. E se il carattere rimane quello di una persona forte e determinata, inarrestabile in franchezza, nessuno potrà mai negargli la capacità di aver inciso con profondità nel pensiero e nella vita di intere generazioni. Perché è stato punto di riferimento per chi necessitava di una spiritualità allargata, costantemente rinnovata alla luce della Scrittura, ma anche per chi sentiva necessaria e urgente una nuova riappartenenza umana. È questa sua passione che rimarrà per sempre, ben oltre la sua umanità.

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