Un eroe solo e ferito

Screenshot

Non sei un po’ grande per guardare i film dei supereroi? Spesso ci si sente dire frasi di questo genere, e non è un caso che negli ultimi anni, dal Covid in poi, si sia parlato con una certa insistenza della cosiddetta “superhero fatigue”, ovvero il superamento di quella condizione che, quando il genere è esploso nel 2012 con il cult “Avengers”, faceva dei cinecomic ciò che per la generazione della vecchia guardia sono stati i film western. Eppure, qualcosa sembra essere cambiato.

Con oltre 2,4 miliardi di dollari incassati in tutto il mondo a poco più di un mese dall’uscita, Spider-Man: Brand New Day è già il terzo film di sempre per incassi, alle spalle solo di Avatar e Avengers: Endgame. Un traguardo che pochi si aspettavano per un personaggio che, di reboot in reboot, sembrava aver già detto tutto quello che c’era da dire. Eppure, il pubblico è tornato in sala, e in massa, per un Peter Parker che questa volta non ha nulla dell’adolescente scanzonato dei primi capitoli.

Sono passati quattro anni da No Way Home, e Peter vive ormai completamente solo. Ha scelto – o forse ha semplicemente accettato – che nessuno, nemmeno le persone che ama di più, ricordi più chi sia davvero. Ha rinunciato al proprio nome, alla propria storia, addirittura all’amore (e il film tratta la tematica dell’amore non corrisposto magistralmente, perché ognuno di noi ci è passato, almeno una volta nella vita), per potersi dedicare interamente alla vita da supereroe, a proteggere una città che non lo conosce. È un sacrificio silenzioso, senza applausi: la sua unica identità, ormai, è quella nascosta dietro la maschera. In questa pellicola Peter non cerca gloria né riconoscimento: si svuota di sé, per restare fedele a un dovere che nessuno gli chiede più esplicitamente, ma che lui sente come proprio.

Il film non nasconde il prezzo di questa scelta. Il lutto per la perdita di zia May nel film precedente (quell’altro grande record d’incassi che è stato No Way Home nel 2021), l’assenza di legami, il logorio di una battaglia che non è più solo contro un nemico esterno, ma contro lo sfaldarsi del sé. È così che Peter Parker scompare, per lasciare spazio ad uno Spider-Man full time, che rinuncia a ogni cosa per senso del dovere, dovendo però fare i conti con un ineluttabile burnout che gli causa una mutazione genetica, con la quale dovrà imparare a convivere. Nel suo cammino, l’eroe incontra due personaggi che diventano l’emblema del cambiamento che sta vivendo. Da un lato, l’incredibile Hulk/Bruce Banner interpretato da Mark Ruffalo, l’emblema di ciò che significa convivere con un lato di sé (mostruoso) che non si riesce a governare. Dall’altro, il confronto con Frank Castle, il Punitore, arrivato direttamente dall’omonima serie Netflix del 2017, funziona quasi da monito: è l’immagine di ciò che Peter potrebbe diventare, se lasciasse che la solitudine si trasformasse in rancore. La differenza tra i due eroi feriti sta proprio nella direzione che scelgono di dare al proprio dolore. Forse è anche per questo che milioni di spettatori in tutto il mondo si sono riconosciuti in questa storia: non tanto per gli effetti speciali o per l’ennesima battaglia contro un supercattivo, quanto per la profondità delle tematiche trattate. Che sia allora un “nuovo giorno”, come recita il titolo, per un genere che sembrava essere sul viale del tramonto ma che ora si trova all’alba di una nuova primavera.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina