18 ottobre: Domenica XXIX – Tempo Ordinario A: 100º giornata missionaria mondiale
Letture: Is 45,1.4-6; Sal 95; 1 Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21
Nel giorno in cui celebriamo la giornata missionaria mondiale, le letture ci offrono un percorso per vivere la missione come segno di unità, in un mondo sempre più lacerato. È un sentiero scandito in tre passi: il vangelo ci chiede chi è il Signore della nostra vita; Isaia annuncia che il solo protagonista della storia è Dio; Paolo ci mostra il volto di una comunità conquistata da Cristo e resa una per la missione. Entriamo nei testi.
Ci sono frasi talmente ripetute da perdere la loro forza: «Date a Cesare quello che è di Cesare» è certamente una di queste. Gesù risponde a una domanda spinosa e concreta: è lecito pagare il tributo al potere di Roma? Gesù non elude, ma allarga l’orizzonte oltre il lecito e il proibito. Non sceglie né la rassegnazione dei farisei né il rifiuto degli zeloti: indica che l’essere umano non appartiene a nessun potere, ma soltanto a Dio, perché solo Dio va amato con tutto se stessi.
Forse è per questo che Isaia, presentando un imperatore pagano come strumento scelto da Dio, proclama per due volte: «Io sono il Signore e non ce n’è altri» (45,5.6). Oltre ogni potere umano c’è la signoria liberante di Dio, a favore dei popoli oppressi. Credere che Dio è il Signore della storia significa credere che i poveri hanno qualcuno che li difende, e che nessuno potrà mai fare violenza alla dignità di persone e popoli perché ogni essere umano appartiene a Lui, e a nessun altro.
Gesù non invita a evadere dalla storia: essere suoi discepoli significa annunciare la vita piena e lavorare per edificare un mondo che sia sempre più specchio del Regno. E tuttavia, per costruire la civiltà dell’amore, la comunità dei discepoli deve tenere lo sguardo fisso sul Crocifisso: solo faccia a faccia con Lui trovano senso la vita e la morte, e la scelta esigente di seguire una coscienza che non si lascia comprare. È un pensiero che libera: nessuno può impadronirsi della nostra libertà interiore, nessun regno può ergersi a potere assoluto, perché l’unico assoluto è il Regno di Dio e la sua giustizia.
Quando una comunità si fonda su Cristo, quando nessuna prova intacca la sua speranza, quando la fede si traduce in fraternità e giustizia, allora quella comunità diventa segno della presenza di Dio, annuncio vivo di Cristo. È il miracolo che Paolo riconosce nei Tessalonicesi: una comunità così non fa proselitismo, irradia. Ed è esattamente qui che la missione trova la sua radice. Come ricorda papa Leone XIV, siamo «uno in Cristo, uniti nella missione»: quanto più saremo uniti in Lui, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida. Nessun battezzato è escluso: ciascuno, secondo la propria vocazione, è mandato.
È a questo punto che le letture di oggi si ricompongono. Se Dio è il Signore della storia, allora nessun potere può pretendere il cuore dell’uomo. Se Cristo è il volto della nostra libertà, allora nessuna paura può comprare la nostra fedeltà. Se la comunità vive di fede, speranza e amore, allora diventa davvero ciò che Paolo vede nei Tessalonicesi: una presenza che irradia, un annuncio vivo che non impone, ma attira. La missione nasce così: dal riconoscere a chi appartiene la nostra vita, dal custodire una libertà interiore che nessun “Cesare” può comprare, e dal diventare comunità che riflette il volto del Crocifisso risorto. È questa unità che rende credibile l’annuncio e apre la strada al Vangelo nelle pieghe della storia.
Chiediamoci: quali “Cesari” continuo a servire? E la mia comunità irradia Cristo, o parla soltanto di sé?