Il governo è ormai alle prese con la campagna elettorale: non solo quella delle parole che è già in corso da mesi, ma quella degli interventi sfruttando i suoi poteri.
Qui c’è naturalmente la differenza fra governo e opposizioni, perché il primo può, sia pure entro qualche limite, mettere in campo misure concrete, le seconde debbono limitarsi a criticarle e aggiungerci la promessa di fare diversamente e meglio.
Siamo in questi casi di fronte ad un passaggio delicato da più di un punto di vista: il governo può avventurarsi nella distribuzione di benefici scaricandone il costo su chi verrà dopo (che peraltro potrebbe anche essere più o meno il governo uscente), può inaugurare normative che vengano incontro a domande diffuse, può infine cercare di comperare consensi gestendo la distribuzione dei posti pubblici. Tutto poi si complica se il governo è di coalizione e se tutti i partiti che sono nella sua maggioranza hanno problemi rilevanti per mantenere il proprio consenso: significa che gli interventi dovranno moltiplicarsi per accontentare elettorati diversi.
Quel che vediamo all’orizzonte induce a qualche preoccupazione. Sul primo degli ambiti che abbiamo elencato c’è la caccia a trovare misure che possano rispondere al problema non indifferente dei salari poveri, ma anche di alcuni che proprio tali non sono, mettendo un po’ di entrate supplementari nelle tasche di qualche fascia di cittadini.
Tipico da questo punto di vista l’intervento che abolisce il bollo di circolazione per le moto e le auto di piccola cilindrata: ha un buon impatto comunicativo, ma un costo tutto sommato compatibile, e soprattutto calcolabile e circoscritto, anche in tempi di magra del bilancio pubblico. Così non era stato col famoso superbonus al 110%, di cui non si seppe valutare l’impatto e che infatti finì per creare un buco nel bilancio dello Stato.
Di queste che potremmo definire “normette” ne sono annunciate altre: tassazione ridotta al 5% per gli aumenti di stipendio dei giovani, detassazione delle tredicesime, tutta roba che dovrà finire nella legge di bilancio per il 2027. La realtà è che si tratta di piccoli aiuti, che sarebbe stupido irridere perché un sollievo pur limitato lo danno a categorie in difficoltà, ma che non affrontano in modo strutturale il problema dell’impoverimento dei ceti medi e bassi. Ci vorrebbe una seria riforma del prelievo fiscale, ma il problema è così grande e complicato che nessun governo di nessun colore ci ha messo seriamente mano.
Il secondo ambito riguarda le normative che vogliono rispondere a preoccupazioni fortemente sentite. Rientra in queste l’annuncio di nuova regolamentazione sulla presenza di ragazzi
immigrati nel nostro sistema scolastico. Se è ragionevole farsi carico della difficoltà di gestire classi con larga presenza di alunni che hanno molti problemi con la nostra lingua e che sono inseriti in contesti familiari che hanno difficoltà ad abbandonare costumi che da noi non sono accettabili, diventa invece irragionevole pensare di risolvere tutto fissando criteri numerici e obblighi di formazione che non si sa come potrebbero essere affrontati.
Altrettanto si dica per l’illusione di frenare l’insicurezza e l’illegalità presenti in molti contesti urbani semplicemente incrementando numericamente le pattuglie dell’esercito in servizio di ordine pubblico. Bisognerebbe quantomeno rivedere e aggiornare da un lato il nostro sistema repressivo, oggi reso poco gestibile da un eccesso di legislazione, e dall’altro mettere in piedi un sistema di rieducazione e di recupero di almeno una parte della devianza criminale. Tutte cose che sono poco spendibili per ottenere consenso nelle urne, perché sono interventi che danno risultati solo col tempo e che perciò non rispondono alle attese dell’opinione pubblica che non crede a risultati che non siano immediatamente percepibili.
Quanto alla gestione della distribuzione delle risorse di impiego che fanno capo alla sfera pubblica, non ci sembra che ci si ponga il problema di usarle per ampliare il perimetro della legittimazione del sistema: finché è possibile sono materia di raccolta del consenso riservandole agli amici o presunti tali, nelle posizioni apicali poi sono quasi sempre trasformate in spoglie da assegnare a chi può promettere un buon contributo servile al potente di turno. In questo quadro a parlare di buona politica sembra di usare parole con scarso senso