Italia, “cicala del Sud”, in cerca di una solidarietà europea

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla Camera © foto governo.it

Il Governo è alle prese con una difficile trattativa con la UE: privo di buoni margini di manovra sul bilancio per affrontare le difficoltà che arrivano dal crescere del prezzo dell’energia generato dalla guerra in Iran, si rivolge a Bruxelles per chiedere che si intervenga sui vincoli comunitari.

La domanda al momento è quanto sia essenziale per Roma una risposta positiva. Per ora siamo sospesi nel gioco diplomatico del “valuteremo senz’altro, ma non si è deciso” da parte della Commissione e in quello dei governi degli Stati che per lo più al momento guardano alle loro opinioni pubbliche interne. Non meraviglia che le prime dichiarazioni di chiusura vengano da membri di governo tedesco e olandese, cioè da due Paesi con pressioni del populismo di estrema destra che vede come fumo negli occhi qualsiasi concessione alle “cicale del Sud”.

La faccenda è incagliata nella difficoltà di capire se e quanto la crisi dei prezzi dell’energia sia un fatto pesante, ma contingente, o se sia destinata a divenire, almeno per un periodo non breve, un dato strutturale. La crisi fra Usa e Iran cambia aspetto quasi giornalmente: a momenti in cui sembra si torni alla guerra guerreggiata, ne seguono altri in cui si parla invece di seri negoziati. Di qui oscillazione dei prezzi di petrolio e gas, ma soprattutto grande difficoltà per non dire impossibilità di capire come e quando la situazione si stabilizzerà.

Ovviamente la possibilità per i singoli governi dei paesi UE di affrontare la situazione con relativa calma dipende dagli equilibri interni di ciascuno. Il Governo italiano non è messo bene per due ragioni. La prima è che ha quasi esaurito le possibilità di manovra del bilancio sia per quanto ha fatto nel, lodevole, impegno a portare il deficit sotto la soglia di deficit eccessivo, sia per quanto gli si prospetta il prossimo anno quando verranno meno i finanziamenti del Recovery europeo e si dovranno iniziare a pagare le rate per quei fondi ottenuti a prestito. La seconda è che si trova in fase pre-elettorale, il che comporta fronteggiare tensioni da parte di tutti quelli disposti a speculare sulle difficoltà indotte da una inflazione che rialza la testa e che tocca il mitico “carrello della spesa”.

Su questo secondo punto bisogna tenere conto che le tensioni non vengono solo dalle contrapposizioni delle opposizioni, cosa in fondo naturale, ma da un sistema economico che è ancora abbondantemente intriso di lobbismo e di abitudine alla speculazione. La minaccia di un prossimo blocco dell’autotrasporto su gomma non è questione da poco: non solo per
quel che può comportare l’accoglimento delle facilitazioni richieste da questo settore, ma perché allora inevitabilmente a cascata si innescheranno richieste da altri settori contigui. Ora non sveliamo nessun segreto, se ricordiamo che in un quadro percorso da molteplici tensioni e frammentazioni ogni categoria fa poi presto a trovare uno sponsor politico in qualche partito, fra il resto interessato più ad esasperare le tensioni che a concorrere alla ricerca di soluzioni.

Per il momento il fenomeno sembra interessare più il destra-centro che la dirimpettaia sinistra, che attualmente è ancora più concentrata ad agitare questioni generali di sistema (bassi salari, sanità in affanno, disfunzioni varie) che ad intersecarsi con i vari lobbismi corporativi (questo almeno a livello generale: poi nelle pieghe dei partiti non mancano sensibilità per quegli aspetti). Nella maggioranza di Governo la presenza di due partiti che ormai apertamente fanno politica solo per sfruttare le tensioni sociali è invece un fenomeno acquisito. Da un lato c’è la Lega che in crisi di consensi e timorosa che passi un nuovo sistema elettorale per lei sfavorevole sembra ricompattarsi dietro un Salvini scatenato come agit-prop populista.

Dall’altro c’è l’incognita del partitello di Vannacci, accreditato dai sondaggi di un 4% di consensi, che certo non disdegna di inserirsi in ogni passibile tensione sociale.

Meloni deve porsi il problema di governare questa situazione anziché concentrarsi su una riforma elettorale che potrà anche far uscire dal cilindro delle urne un vincitore accertato, ma che non per questo può dare la garanzia che quel vincitore sia in grado di mantenere la compattezza necessaria per governare tempi tumultuosi. In fondo oggi il vero problema è qui e sulla solidarietà europea è meglio andarci cauti.

vitaTrentina

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