27 settembre · Domenica XXVI del Tempo Ordinario – A
Letture: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
Prima di aprire il vangelo, vale la pena sostare sulla prima lettura, che illumina la parabola dei due figli. Ezechiele parla agli esiliati, a una comunità ferita, convinta che la propria sofferenza sia dovuta ai peccati delle generazioni precedenti. Da questa percezione nasce un’immagine distorta di Dio: un Dio che punisce per eredità, che pesa il passato più del presente, che guarda la genealogia più delle scelte personali.
Il profeta interviene per liberare Dio da questa falsa rappresentazione. Dio non condanna per tradizione, non inchioda nessuno alla storia familiare: guarda alle scelte di ciascuno, alla libertà concreta di ogni persona. Per questo ognuno può riflettere (v. 28), ripensarsi, cambiare strada. La conversione non è un privilegio per pochi, ma una possibilità sempre aperta per tutti.
Il vangelo ripropone lo stesso movimento. Siamo nel tempio, negli ultimi giorni: i capi dei sacerdoti e gli anziani hanno chiesto a Gesù con quale autorità egli agisca (21,23). Gesù non risponde direttamente, ma apre uno spazio narrativo: una parabola e una domanda. Un padre manda i due figli a lavorare nella vigna — quella vigna che, per Israele, è immagine di sé davanti a Dio (cfr. Is 5,1-7) — e li manda oggi. Il primo dice «no», poi si ravvede e va; il secondo dice «sì, signore», ma non va. «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»: sono loro a rispondere, e la loro stessa risposta li giudica.
Notiamo il verbo: Matteo non parla di conversione, ma di un secondo pensiero, un piccolo movimento interiore che diventa passo. Nella sua logica, infatti, ciò che conta è il fare: non basta parlare di Dio, non basta proclamare la fede, non basta rivestirsi di ruoli religiosi (cfr. 7,21). Il «sì» che resta parola è più lontano dal Regno del «no» che si rimette in cammino.
Per questo pubblicani e prostitute «passano avanti» (v. 31). Non è un’esclusione: è una precedenza. Gli ultimi, i giudicati, quelli che nessuno avrebbe messo in fila, hanno ascoltato Giovanni, si sono lasciati toccare, hanno ripensato la propria vita: ora aprono la strada. E il versetto seguente è ancora più tagliente: «voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti» (v. 32). Si può assistere alla conversione degli altri e restare immobili. È il rischio di chi conosce troppo bene la Parola per lasciarsene ancora sorprendere.
Ma cosa significa, concretamente, fare la volontà del Padre? Paolo lo spiega ai Filippesi con un inno: avere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», il suo modo di pensare, di guardare, di relazionarsi. Cristo non ha detto soltanto «sì»: è andato. È il Figlio che entra nella vigna e non torna indietro. Il suo andare è stato una “discesa” per condividere la nostra fragilità: ha scelto non l’affermazione, ma l’abbassamento. Assumere la sua mente significa allora riconoscere il bene dove non lo aspettiamo, intravedere possibilità di vita dove altri vedono solo fallimento, e credere possibile il cammino di chi sembra lontano.
La parabola, allora, non è un rimprovero ma un invito. Ci chiede di misurare la distanza tra ciò che professiamo e ciò che viviamo, e ci ricorda che nessuno è definito dal proprio passato: ogni «no» può ancora diventare un «sì», perché la vigna del Padre ha bisogno di braccia, non di parole. E quell’«oggi» non è ancora scaduto.
Chiediamoci: c’è un «sì» che ho detto da tempo e che non ho mai fatto diventare passo? Cosa mi impedisce di compierlo?