Crisi Russia-Ucraina, tutti alla corte di “zar” Vladimir

Sabato 26 febbraio una manifestazione per la pace in Ucraina. Foto Ansa-Sir

La crisi russo-ucraina è ancora irrisolta, ma la tensione sembra diminuire un po’. In questi ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di incontri politici che non si vedeva da anni. In verità, più che una girandola si è trattato di una direzione a senso unico: tutti, o quasi, verso Mosca alla corte dello “zar” Vladimir Putin.

L’ultimo in ordine di tempo è stato il neo-cancelliere tedesco Olav Scholz, forse l’interlocutore più atteso da Putin, che ha sottolineato come la Germania sia un partner chiave per la Russia. E’ stato subito ricompensato dall’affermazione del cancelliere che la sicurezza europea può essere raggiunta solo con la Russia e non contro la Russia.

Anche se la pretesa del Cremlino di tenere l’Ucraina fuori dalla Nato non è stata formalmente dichiarata, pur tuttavia i leader europei, da Macron a Scholz, non hanno fatto altro che dichiarare che la questione non era all’ordine del giorno. Un modo subdolo di venire incontro ai desideri di Putin e di accantonare questo lungo periodo di confronto con Mosca, che fra le altre cose ha favorito l’aumento dei costi degli idrocarburi e ha messo a soqquadro i mercati finanziari di mezzo mondo.

Se è ancora prematuro tirare le conclusioni da questo pericoloso gioco di Mosca, già ora alcune riflessioni possono essere fatte. La prima è che con la sua mossa azzardata e ultimativa, l’inquilino del Cremlino ha attirato su di sé l’attenzione di tutta la comunità internazionale. Ha innanzitutto eletto Joe Biden come suo interlocutore diretto, passando in un primo tempo sopra la testa dell’Europa, che ha guardato preoccupata alle lunghe telefonate fra i due leader. In questo modo Putin è “rientrato” a forza, per la porta di servizio, nel club dei Grandi, il G8, da cui era stato estromesso nel 2014 proprio all’indomani dell’inglobamento della Crimea ucraina nella grande Madre Russia.

Contemporaneamente ha ottenuto il pieno sostegno del presidente cinese Xi Jiping, desideroso di vedere confermata l’influenza diretta di Mosca sull’Ucraina allo scopo di ribadire a sua volta un’analoga pretesa sull’isola cinese di Taiwan.

Insomma il ritorno di una politica da grande potenza globale come è sempre stato nelle intenzioni del presidente russo. Lo stesso presidente che in diverse occasioni aveva sostenuto come il dissolvimento dell’Unione Sovietica nel 1991 fosse stato per il suo Paese un vero disastro. Non più quindi la Russia potenza puramente regionale, ruolo in cui avevano cercato di relegarla i presidenti americani, ma come attore a tutto campo.

Ciò spiega come l’Europa occidentale sia entrata nel grande gioco solo in un secondo tempo. Anche perché, è necessario riconoscerlo, è difficile comprendere chi rappresenti realmente gli interessi europei nel campo della politica estera e, soprattutto, della sicurezza. Teoricamente il Trattato di Lisbona del 2009 ha dato una serie di competenze importanti nelle mani del cosiddetto “Alto Rappresentante”, una specie di ministro degli esteri dell’Unione Europea. Oggi quel posto è ricoperto dallo spagnolo Josep Borrell, che svolge il suo compito routinario con grande impegno, ma che è destinato a scomparire non appena si affaccia una crisi di una certa dimensione. Allora riemergono sulla scena negoziale i ministri degli esteri o i capi di governo dei singoli Paesi dell’Unione. Addio quindi alla coesione, poiché le posizioni nei confronti della Russia non sono analoghe. Polacchi, finlandesi e svedesi sono fortemente sospettosi sulle mire russe, mentre gli ungheresi di Viktor Orbàn continuano a mantenere ottimi rapporti con Putin. Su posizioni di compromesso sono invece Francia, Germania e Italia.

Per pura coincidenza in questo primo semestre dell’anno è la Francia presidente di turno del Consiglio dell’Ue e al Presidente Emmanuel Macron non è parso vero di prendere la “guida” dei 27. Non si sa bene con quale mandato, ma sicuramente il suo interesse è quello di ricollocare nei giochi internazionali la Francia (la grandeur) e allo stesso tempo trarre beneficio da un eventuale successo del negoziato con Mosca in vista dell’imminente campagna elettorale per le presidenziali francesi. Sull’altra riva del Reno, il cancelliere Scholz cerca anche di salvaguardare il futuro del gasdotto con Mosca, il Nord Stream 2, che renderebbe la Germania un hub del gas per tutta Europa. Insomma ognuno porta a Mosca il proprio interesse nazionale, oltreché cercare di riflettere anche gli interessi dell’UE.

Alla fine, tuttavia, l’Unione rischia di uscirne un po’ più divisa di prima, anche se è evidente che nessuno voglia sentire parlare di guerra sul nostro continente. Sarebbe questa un’altra vittoria di Putin, che non ama vedere nascere nel resto dell’Europa una grande potenza non solo economica, ma anche nella politica estera e di sicurezza quale in teoria dovrebbe essere l’UE. Alla fine, la mossa nei confronti dell’Ucraina, comunque vada, potrà essere ascritta nel novero dei successi dello zar di Mosca, che non solo guadagna influenza sugli ex-Paesi dell’Unione Sovietica, ma mette sotto scacco sia la Nato che l’Unione Europea.

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