L’incognita russa sulla politica italiana

La copertina di “Avvenire” del 2 marzo 2022

Come si concluderà la vicenda dell’attacco russo all’Ucraina è difficile da prevedere. Naturalmente noi speriamo in una ragionevole conclusione che metta fine alla guerra, ma che anche con ciò non ci saranno cambiamenti duraturi nel modo di intendere la politica futura, sia interna che internazionale, è illusorio.

Intanto la dimensione della sicurezza “armata” è diventata un tema non eliminabile. Putin ha mostrato che l’avventurismo dei leader non è un qualcosa che appartiene al passato e che rispondere a queste sfide senza scendere sul terreno militare è piuttosto difficile. Certo al momento ci limitiamo a dare, apertamente e ufficialmente, armi agli aggrediti e cerchiamo di non farci coinvolgere direttamente, ma è comunque un passo avanti rispetto al solo impiego delle mitiche “sanzioni”. Peraltro anche su questo terreno si è andati oltre quanto si era fatto in passato, quando i mezzi sanzionatori erano piuttosto limitati (e funzionavano male): adesso non ci si trattiene dal pianificare interventi che tendenzialmente mettano in gravi difficoltà chi ne è colpito a costo di andarci di mezzo.

Questo quadro sposta tutto un modo consolidato di considerare le questioni internazionali. Anche se in qualche commentatore, televisivo e non, si sentono gli echi tanto del vecchio “giù le mani dal Vietnam” (in questo caso applicato alla Russia), quanto quelli del tradizionale pacifismo, la debolezza di questi approcci genera inquietudini nelle pubbliche opinioni. Tutto potrebbe ridimensionarsi se l’isolamento internazionale della politica di Putin, isolamento suffragato da un largo consenso popolare, si rivelasse capace di costringere la Russia a retrocedere dalle sue politiche aggressive, ma non possiamo sperarci più di tanto.

Certamente a livello italiano affrontiamo una svolta che mette ulteriormente in crisi quel modo di pensare demagogico e populista che ha avvelenato la nostra politica negli ultimi decenni. è un cambiamento che era già iniziato con l’esperienza della lotta alla pandemia, ma che adesso si rafforza. Di fronte al crescere dei problemi, con la presa d’atto che sarà impossibile considerare quanto è successo una parentesi e tornare tranquillamente al mondo di ieri, diventa evidente che c’è bisogno di classi dirigenti di alta qualità perché avremo da affrontare anni complicati.

Basterà far cenno al problema dei rifornimenti energetici, un settore dove scontiamo evidenti ritardi per il cedimento a utopismi disinvolti, ma anche a quello del ridimensionamento delle nostre disponibilità finanziarie nel contesto di una UE che a fronte di un nuovo scenario di tensioni sarà meno tollerante verso le nostre fughe nei “ristori”, nei “bonus” e nelle invenzioni di quel genere. Tenere insieme la solidarietà nazionale necessaria per affrontare la nuova fase che sembra prepararsi e le fibrillazioni che attraversano il campo dei partiti politici non sarà impresa facile.

Al momento l’emotività stessa della contingenza costringe le forze politiche a far quadrato intorno a Draghi, ma quanto potrà durare questa fase, soprattutto tenendo conto della tornata di elezioni amministrative da cui ci separano ormai pochi mesi? Per ora sembra si regga, salvo il solito Salvini che si mette a fare il mediatore pacifista con una irritante strumentalizzazione di papa Francesco e di qualche immagine sacra e salvi gli, altrettanto soliti, irriducibili dei Cinque Stelle che non riescono ad abbandonare certi schemi del loro DNA (ma Conte cerca di tenerli a freno, perché capisce bene che su quella strada per lui non ci sarebbe futuro).

Più incerta sarà la situazione quando l’empatia comprensibile per Davide che si difende da Golia riceverà un colpo dall’impatto delle conseguenze economiche del contesto bellico. Anche se quello si chiudesse fra poco, rimarranno in campo sia le preoccupazioni che qualcosa di simile si ripresenti a breve, sia le voglie di rivincita di chi avrà dovuto ridimensionare le proprie aspettative.

Oggi tutti inneggiano ad una Europa che si è trovata unita nonostante le aspettative di Putin sulle sue divisioni. Ma quelli non erano tutti calcoli campati per aria, semplicemente non si poteva giungere al punto per cui le divisioni interne al nostro continente consentivano alla Russia di spadroneggiare infischiandosene del diritto internazionale, che è un minimo acquisito nella cultura europea. Una volta che ci si discosterà da questa contingenza, le tensioni nella UE torneranno a galla, la Brexit giocherà la sua parte e via dicendo.

L’Italia ha bisogno di una classe dirigente di alto livello per affrontare questi panorami: in politica, ma anche nella società civile, a partire dai media. Prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà.

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