La notizia
Sabato 20 ottobre mattina nella Congregazione generale conciliare di quel giorno è stato letto nel testo latino un messaggio dei Padri del Concilio a tutta l’umanità. Esso è stato proposto all’unanimità dal Consiglio di presidenza del Concilio con l’approvazione del Santo Padre. I Padri non soltanto hanno ascoltato la lettura ma hanno anche esaminato per circa mezz’ora il testo scritto e lo hanno approvato nel testo che è apparso sabato sera sull’Osservatore Romano e che qui pubblichiamo.
(da Vita Trentina del 25 ottobre 1962)
L’annuncio di un concilio ecumenico in Vaticano, dato da Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, al termine della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ed appena tre mesi dopo la sua elezione a pontefice, venne accolto con emozione ed interesse anche nella Diocesi di Trento, dove subito si comprese la portata ecumenica dell’iniziativa e la volontà che la sosteneva: un’ apertura verso un mondo segnato non solo dalla secolarizzazione, ma dalle lacerazioni spirituali che il Novecento, con le grandi guerre e gli “ismi” dittatoriali (fascismo, comunismo, nazismo) ad esse seguiti, aveva provocato nelle coscienze, tanto da interrogarsi su un possibile “silenzio di Dio” a fronte di tanti massacri e vittime innocenti.
D’altra parte proprio il doversi confrontare con una stagione storica di dolore e di crisi, aveva suscitato a tutti i livelli, di ricerca teologica e spiritualità devozionale, nuovi fermenti, spesso profetici, che attendevano una più precisa consapevolezza: era possibile collegare con un unico filo di speranza, di futuro, di redenzione i libri di Francois Mauriac sul curato di campagna e le poesie di padre David Maria Turoldo? La teologia di Urs von Balthasar e i “cimiteri sotto la luna” di Bernanos? Maritain e il contadino della Garonna con don Milani e Barbiana?
Trento, dentro questa cornice, si trovava in una situazione particolare. Sede del grande Concilio che aveva segnato la modernità in un confronto spesso conflittuale con il luteranesimo, non aveva mai perduto i contatti con i mondi d’ Oltralpe – tedesco, ma anche francese – e con le ricerche teologiche e culturali che l’affermarsi delle Chiese nazionali, dopo la spinta di Martin Lutero avevano suscitato: sulla “giustificazione” in Germania, sulle sensibilità gianseniste francesi, sulla spiritualità di Pascal, sul radicamento territoriale dell’anglicanesimo con i suoi “vicari”, senza dimenticare il più vicino modernismo italiano, certo non tutto da condannare, con l’influenza di Antonio Fogazzaro che manteneva frequentazioni intense nel Trentino dove contava numerosi estimatori.
Sotto questo aspetto il Trentino di quegli anni vedeva una Chiesa non certo gretta e chiusa come spesso la si vuole evocare, ma quasi come una pianta dalle salde radici (la Volkskirche asburgica, i parroci non solo celebranti, ma “presenza” portante di una comunità), animata dalle devozioni quotidiane, ma al tempo stesso illuminata dalle grandi intuizioni rosminiane (la ricerca del vero e del bello, ma anche le “cinque piaghe” della Chiesa da sanare). Salde radici, con una ramificazione rigogliosa che rischiava però di crescere in disordine, sovrapponendo un ramo ad un altro.
Ne parliamo perché il Vaticano II non fu un’improvvisa illuminazione, o decisione, per “cambiare la Chiesa”, per “modernizzarla”, ma nacque dall’esigenza di dipanare la matassa di fermenti vivi che dopo il Concilio tridentino avevano contrassegnato la storia d’Europa, la sua grande cultura e i suoi grandi drammi. Esprime l’esigenza di indicare i fili portanti del gomitolo di una Chiesa “popolo di Dio” che non poteva limitarsi a sostituire i preti con i laici, ma si proponeva di far crescere i chicchi di grano che nel terreno erano stati seminati. L’aveva ben capito mons. Alessandro Maria Gottardi, accelerando nel Trentino l’introduzione delle riforme conciliari, superando anche le resistenze di alcuni ambienti politici, ma contando su un contesto ricettivo e fertile. In questo senso andò anche la sua scelta di affidare la direzione del settimanale diocesano a don Vittorio Cristelli, perché voleva che tutta “Vita Trentina” fosse un dialogo aperto fra il cristianesimo e la società civile. Anche decisioni che ad alcuni parvero “strappi”, come l’abolizione del culto del Simonino, andavano in questa direzione, tanto che portarono a ritrovati rapporti con il mondo ebraico.
Possiamo dire che il Concilio Vaticano II viene da lontano ma va anche lontano. A ripercorrerlo oggi dal Trentino, terra di confine e di confini che diventano poi cerniere, anche spirituali,esso si presenta come un cantiere ancora aperto. Le sue colonne portanti sono l’aver attrezzato la Chiesa non tanto a confrontarsi con la modernità ma con un mondo globale diventato fluido, incerto, insicuro, cogliendone gli aspetti positivi che derivano da una comune consapevolezza di umanità senza però soggezioni nei confronti delle tecnologie più eclatanti e del “politically correct”. Senza timore nell’affrontare gli aspetti luciferini e distruttivi di realtà che si presentano innovative e liberatorie, ma si rivelano poi idolatriche e scuotono i popoli con violenze sempre più diffuse, ingiustizie economiche, condizionamenti mediatici. Al di là delle quattro Costituzioni, delle tre Dichiarazioni e degli otto Decreti che racchiudono il lavoro dei 2500 padri conciliari fino all’8 dicembre 1965 appare oggi questo il lascito fondamentale del Vaticano II: aver fatto del messaggio cristiano un riferimento anche per chi cristiano non si dichiara. Ha aperto un percorso che non manca di strettoie e ostacoli che attendono l’impegno e la partecipazione di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Molti temi restano aperti e andranno ripresi: il sacerdozio, il ruolo dei laici che deve diventare lievito di crescita, accoglienza di ispirazione non di sostituzione al servizio sacerdotale, come ha commentato Maurizio Gentilini (vedi numero scorso di VT). Sono sfide pastorali, da approfondire fra la gente, non solo negli studi o per codificarla nel diritto canonico. Il Vaticano II resta vitale perché è stato lungamente preparato ed ora viene vitalmente sperimentato. Non si tratta di decidere, ma di saper vivere un mondo di pace.