La notizia
L’anno in corso segna non solo i cento anni di “Vita Trentina”, ma anche (1926) della celebre acquaforte del grande pittore trentino Luigi Bonazza con il ritratto di Dante Alighieri. È un’incisione ancora presente in molte case trentine non solo come richiamo d’arte, ma come icona di identità linguistica e civile di quella apertura di curiosità e conoscenza fra terra e cielo, nella storia e nelle condizioni dell’animo umano, che ha portato il Poeta a trasformare il suo esilio in un viaggio attraverso incontri ideali in terre reali (e al Trentino sono dedicati i celebri versi sui Lavini di Marco, simili alle frane cadute in tante altre valli dopo il ritiro della grande glaciazione), nelle profondità cosmiche e psicologiche (i “buchi neri” che ingoiano come inferni masse astrali e anime dannate), la montagna con le sue balze (il Purgatorio) e infine l’uscita verso il Paradiso (i Buchi Bianchi ipotizzati dal grande fisico Carlo Rovelli) che portano finalmente a “riveder le stelle”. È l’aspirazione anche oggi di un’umanità prigioniera della violenza, costretta a vivere nella paura di imminenti disastri dovuti alle guerre, desiderosa di liberarsi di catene, costrizioni e povertà attraverso viaggi in mondi mai prima scoperti: “L’acqua ch’io presi giammai non si corse”, recita il verso riportato dal cartiglio posto sull’incisione di Bonazza, che spiega perché a Trento il riferimento al Poeta non derivi solo da identità linguistica e nazionale (e il discorso vale anche per il monumento nell’omonima piazza, il più bello d’Italia per Dante), ma indichi come proprio il “viaggio” serva ad uscire dall’esilio in cui le condizioni del potere, della politica, dell’economia pongono gli esseri umani, come proprio il viaggio serva a ritrovare le stelle perdute nelle nebbie della banalità.
È questa la ragione per cui anche questo centenario iconografico serve a ricordare l’impegno di un altro artista trentino, contemporaneo in questo caso: Domenico Ferrari. All’inferno di Dante, tema nei secoli dei più illustri incisori (dai codici miniati presso la British Library di Londra alle edizioni venete commentate dal Landini e dal Tommaseo, fino alle incisioni francesi di Gustav Doré) Ferrari ha dedicato tavole che hanno avuto una risonanza nazionale, esposte a Roma, a Palazzo Madama, sede del Senato, visitate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella accompagnato dal cardinale Ravasi e dall’allora presidente del Senato Grasso. La mostra fu esposta l’anno successivo a Trento (Palazzo Trentini) e poi in altre città italiane, ma il suo richiamo perdura ancora oggi per l’imprinting che il Viaggio – elemento così importante nella cultura dell’antichità e, come visto, nell’arte e nella pittura di Domenico Ferrari – rappresenta anche nella modernità, sotto molteplici aspetti.
Proprio dalle acqueforti sui gironi del viaggio dantesco negli inferi, sul monte del Purgatorio e nei cieli occorre partire per comprendere la pittura e il lavoro artistico di Domenico Ferrari, illustrato in tutto il suo percorso fino alle ultime produzioni dai magistrali cataloghi di Riccarda Turrina, tali che, ad una rilettura complessiva, potrebbero davvero far definire Ferrari un pittore dei viaggi e dei viaggiatori che i territori percorrono, assumendone l’anima, per cui anche i luoghi visitati e vissuti divengono un’esplorazione dell’anima umana.
È così per i dipinti sui monti trentini del Lagorai, essenziali, mitici quasi nel messaggio che esprimono, e poi nei monti lontani del “Mio Nepal”, dove protagoniste non sono le vette degli Ottomila, ma l’umanità laboriosa e sacra, delle donne e degli uomini che ne abitano le valli, traendo il loro sostentamento dalle piccole coltivazioni strappate alla montagna con un ardimento ancora superiore a chi ne scala le cime. Il Nepal porta Domenico Ferrari a riscoprire anche l’incontro con la civiltà contadina di resistenza delle nostre valli alpine e poi, quasi per contrappasso, ad esplorare i territori del Trentino raggiunti dai più noti e famosi viaggiatori nei secoli, uomini d’arte e di cultura come Goethe e Kafka, Dürer e Compton, Freud e Musil , quasi per mostrare che una terra capace di esprimere le sue bellezze attraverso il duro lavoro di profonda umanità dei suoi contadini e le ispirazioni che suscita nelle menti più originali e creative della cultura europea non può essere ridotta a semplice oggetto di mercato (offerta a chi può spendere di più) né a scenario di massa per un “overtourism” distratto e arrogante.
È un messaggio attuale questo, appropriato ad una stagione estiva che si apre ai viaggi, ma richiama tutto un territorio a responsabilità più profonde di quelle relative a un marketing economicistico, sia pure di successo, un messaggio che conferma come la vera arte sia sempre sorretta da una aspirazione etica e gli artisti siano sempre i veri “promoter” dei temi che affrontano e rappresentano. “L’arte è vita” scriveva Bernard Berenson, ed è in questa prospettiva che va esaminato e interiorizzato il più recente impegno di Domenico Ferrari, una serie di acqueforti, affascinanti nella loro complessità incisiva, dentro un ricco contesto grafico, dedicato ai viaggiatori illustri nel Trentino.
Sono opere già esposte da Roberta Bonazza alla Casa degli Artisti di Canale di Tenno la primavera scorsa, ed ora riunite e visibili per l’estate in un catalogo completo, curato da Riccarda Turrina con riflessioni illuminanti sulla ”opera errante” di Domenico Ferrari e sulla “musica del tempo” che le sue opere esprimono, un testo cui si accompagna il contributo preciso di Mario Nicoletti “Multimedialità in acquaforte”. Le incisioni si raffigurano come “cartoline” che i viaggiatori inviano nei loro paesi di residenza dalle località trentine visitate, portandone i loro saluti: “Gruss aus Arco, aus Riva…” con richiami a pagine di diario, osservazioni, riferimenti a incontri o escursioni. Goethe è colpito a Trento dalla leggenda del Palazzo del Diavolo (già stava preparando il Faust mentre scendeva verso l’Italia), Kafka da Riva scrive “Io son qui, la mia barca è senza timone”, mentre Musil si immerge nella pastorale, ma dura Fersental, e vive la termale Levico scossa dalla guerra sui vicini altopiani e dalle bombe dei primi aerei. E ancora Sigmund Freud scrive da Lavarone, dall’Hotel Du Lac, mentre Mozart inonda con le sue note Rovereto, Thomas Mann rema in barca sul Garda, mentre l’imperatore Massimiliano presidia Castel Ivano… Nelle “cartoline” il segno dell’acquaforte diventa linguaggio esso stesso, trascina alla riscoperta di luoghi e autori, invita ad amare e a conoscere di più questa terra trentina.