La notizia
Moriva il 27 ottobre 1962, in un incidente aereo, il presidente dell’Eni Enrico Mattei. Aveva 56 anni, ed era, scrisse Vita Trentina nel numero di fine ottobre, “una delle più note personalità dell’industria, conosciuto in tutto il mondo”.
L’aereo, di proprietà dello stesso Mattei, era partito da Catania, diretto verso Milano, e si era schiantato nei pressi di Malegnano, in provincia di Pavia. “Sgombrate la pista, ho il carrello bloccato, tenterò di atterrare ugualmente”, il testo del dispaccio che il pilota inviò al Centro di soccorso.
Erano le 16.56 del 27 ottobre 1962 quando il bimotore pilotato da Irnerio Bertuzzi, un asso dell’aviazione nella Seconda guerra mondiale, perse i contatti con la torre di controllo, mentre sorvolava le campagne di Bascapè, nei pressi di Pavia, pochi minuti prima del previsto atterraggio a Linate. L’aereo proveniva dalla Sicilia, da Catania, ed aveva a bordo, oltre al personale tecnico, il presidente dell’Eni Enrico Mattei e un giornalista americano, capo della redazione romana di Time. Finì così la vita avventurosa di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, uno degli esponenti più brillanti dell’industria italiana, ed anche dei più influenti a livello internazionale, l’uomo che aveva portato l’Italia nel ristretto gruppo di Paesi protagonisti del mercato energetico in grado di confrontarsi con i monopoli americani (le “Sette Sorelle”, fra cui Standard Oil e Shell) in campo petrolifero. L’obiettivo di Mattei era di affrancare l’Italia da una condizione di vassallaggio nei confronti di potenze e interessi multinazionali e in questo contesto la sua morte segnò per l’Italia un autentico spartiacque: chiuse una vita e spezzò un disegno strategico e aprì invece, soprattutto sul piano interno, una stagione confusa e aggrovigliata di faide, sospette scalate societarie e speculazioni finanziarie opache, trame, intimidazioni, avventure geopolitiche in grado di determinare e inquinare ancora lo scenario mondiale. A livello interno lo schianto del bimotore segnò l’apertura di una stagione di raid industriali e di condizionamenti politici spesso oscuri che rischiarono di portare il Paese ad una destabilizzazione politica alla quale non furono estranei servizi segreti deviati e gruppi malavitosi. Il successore di Enrico Mattei all’Eni fu Eugenio Cefis, che non sembrò all’altezza della sua eredità. Resta ancora aperto l’interrogativo se fu un incidente (un’improvvisa virata del pilota, una perdita di carburante …) o un attentato, ma numerose inchieste e indagini lasciano più che aperti i dubbi che lo schianto sia avvenuto in seguito a un sabotaggio. Mattei aveva infatti numerosi nemici: interni per la sua posizione politica favorevole ad una apertura a sinistra del governo italiano, esterni perché la sua azione terzomondista scompigliava interessi multinazionali. Negli ultimi tempi Mattei aveva avuto intimidazioni e se ne mostrava preoccupato. Anni dopo alcuni “pentiti” di mafia attribuirono il sabotaggio a esponenti di Cosa nostra su richiesta della mafia americana. Altre fonti suggerirono una faida interna all’Eni.
Non si venne a capo di nulla, ma i sospetti ritornarono quando il giornalista siciliano Mauro De Mauro, che indagava sulla vicenda mentre preparava la sceneggiatura del film sul “Caso Mattei” per Francesco Rosi, sparì misteriosamente senza essere più ritrovato.
Più che la morte di Mattei interessa però oggi la sua vita che meriterebbe di essere ristudiata. Nacque ad Acqualagna, nelle Marche, nel 1906 da famiglia modesta e andò a lavorare giovanissimo, a 16 anni, presso una conceria. Entrò come fattorino, divenne operaio specializzato e a vent’anni ne era già il direttore.
Imparava in fretta il ragazzo e capiva che occorreva saper crescere sia in competenze tecniche che in capacità nella gestione, curando particolarmente i rapporti con il personale, il welfare e il benessere delle famiglie: l’antica scuola di solidarietà della tradizione italiana, il contrario della fredda managerialità delle “risorse umane” che spesso viene contrabbandata per vincente ed efficiente. Trasferitosi a Milano, dopo la caduta del fascismo Mattei entrò nella Resistenza come dirigente del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Con la pace lavorò alla Max Mara, finché Cesare Merzagora lo nominò liquidatore dell’Agip, l’azienda di stato fondata dal fascismo per la ricerca di petrolio in Italia, che era considerata ente ingombrante e costoso. Mattei scoprì l’importanza crescente del settore energetico e studiò alcune tracce di giacimenti già rilevate nella Pianura Padana, ma tenute nascoste per timore che finissero in mani tedesche. Decise allora che non avrebbe liquidato l’Agip, bensì rilanciato. Intensificò le ricerche, motivò accademici e politici (lo sostennero il prof. Boldrini e De Gasperi), fin tanto che nel 1949 a Cortemaggiore trovò il petrolio, cui seguì la scoperta di altri giacimenti anche di metano. Nel 1953 fondò l’Eni e avviò altre due strategie. Fondò nel 1956 un quotidiano, Il Giorno, che sparigliò – sotto la direzione di Gaetano Baldacci – gli assetti della stampa italiana (dai fumetti allo sport, che Gianni Brera trasformò in scuola di scrittura e di costume) e rilanciò il ruolo di tutta la stampa locale. Sostenne non solo l’Eni, ma anche una politica di centrosinistra che vedesse l’incontro fra forze di ispirazione cattolica e socialista. Sull’altro fronte Mattei si dedicò a valorizzare i mercati dell’Est e dei Paesi mediterranei diventando, con l’Eni, partner nelle ricerche ed acquirente equo del loro petrolio, riconoscendo ai Paesi produttori il 75 per cento dei ricavi (rispetto al 50 per cento delle multinazionali), in cambio di maggiori vendite e scambi non solo commerciali (cultura, borse di studio…) spezzando così lo stato di subordinazione dagli interessi multinazionali. Anche oggi si parla di “Progetto Mattei”, un metodo di rapporti internazionali sempre più necessario in un mondo che è tornato a risolvere problemi e disparità con le guerre. È questa la lezione che lascia Enrico Mattei, l’uomo che doveva liquidare l’Agip e invece la rilanciò in una risorsa fondamentale per il Paese.