Un bilancio per il Paese o per il consenso elettorale?

Per i governi la sessione di bilancio non è mai un momento tranquillo. In una fase ormai elettorale lo è ancora meno. Quel poco di attenzione per il medio periodo (del lungo nemmeno a parlarne) che è suggerita dall’obbligo di fare i conti, se ne va quando sui conti dell’economia nazionale prevalgono quelli dei consensi da raccogliere nelle urne.

La delicatezza del momento non dovrebbe consentire leggerezze, soprattutto considerando le incognite che graveranno sull’anno prossimo: la ricaduta delle elezioni di midterm negli USA, la situazione in Medio Oriente, la guerra russo-ucraina, la tornata di elezioni che interesserà molti Stati europei e dunque la Ue, la ripresa dell’inflazione non solo in Italia. Ce n’è abbastanza per consigliare molta prudenza, ma è un atteggiamento che richiederebbe un clima nazionale di consapevolezza dei problemi, clima che al momento non c’è.

I partiti sono molto nervosi per una situazione che i sondaggi vedono in bilico fra le due coalizioni per cui ciascuna cerca di allargarsi per quanto le è possibile e al tempo stesso teme l’allargamento perché così si mettono a rischio gli equilibri conseguiti.

Di conseguenza il rito delle bandierine da sventolare e dei trofei da portare a casa si esaspera, mentre i tecnici del Tesoro, con il fiato di Bruxelles sul collo, fanno i giochi di prestigio per accontentare il più possibile le pretese elettorali, ma più che altro a livello di facciata, mentre nel concreto si vede di ridimensionare con la mano sinistra quanto la mano destra sembra avere concesso.

È diventata plateale con la vicenda della possibilità di andare in pensione a 64 anni con un certo tetto di contributi.

Era una bandierina di Salvini, che aveva già iniziato a proclamare che aveva cancellato “la Fornero”, mentre si è scoperto che per ora la norma è stata scritta in modo che il nuovo tetto funzioni solo in un numero limitato di casi e dunque non provochi l’impatto sul bilancio che si sarebbe avuto con il nuovo tetto applicato a tutti.

Il riconfermato segretario della Lega ovviamente non l’ha presa bene e minaccia fulmini e saette in fase di dibattito parlamentare, ma Meloni sa bene che se si riconoscono ad uno quelli che chiameremmo “diritti di bandierina”, poi si apre una voragine che può inghiottire tutti.

Del resto quanto siano problematici quei generi di diritti lo si è visto nel corso della legislatura. Dare a FdI il premierato, alla Lega l’autonomia differenziata, a FI la riforma della giustizia, tutte iniziative molto radicalizzate a parole e poco gestite negli sviluppi, ha portato a finali più che deludenti per la maggioranza.
Certo il governo può in questa fase far conto sull’impasse delle opposizioni. Anche queste hanno occhi solo per i sondaggi e per la ricerca di allargare le platee di consenso dei rispettivi partiti. Così prevale anche lì lo sventolio di bandierine: non ci sono abbastanza soldi per sanità e scuola, mentre si proclama che ci sono per le armi; bisogna tassare di più i ricchi e poi non si riesce a mettere giù un progetto che individui chi sono davvero i ricchi e perché sin qui la tassazione progressiva, che in teoria esiste, non li abbia toccati come sarebbe stato giusto; si vorrebbe sostenere la spesa delle regioni, ma non si sa se sostenere Meloni che si batte contro la revisione dei fondi di coesione nel prossimo bilancio Ue, cioè quei fondi che vanno alle regioni, alcune delle quali più che spenderli o li sperperano o li tengono nel cassetto.

Poi naturalmente c’è, da tutte le parti, il gioco sotterraneo di portare a casa piccoli sostegni o mancette alle varie lobby di riferimento. Non è uno spettacolo che si svolga alla luce del sole, anzi, sono interventi negoziati in modo abbastanza riservato, per cui rientrano nelle abilità dei parlamentari che agiscono senza che il grande pubblico se ne accorga (chiedere per conferma ai parlamentari di lungo corso quando sono in vena di ammissioni).

Come si può facilmente immaginare non siamo in un momento che di suo possa essere molto propizio per muoversi sulla falsariga di quel che si è quasi sempre fatto discutendo i bilanci.

Saggezza vorrebbe che si considerasse che chiunque vinca la tornata elettorale del prossimo anno, e peggio ancora se non dovesse esserci un vincitore e tutto andasse affidato alle negoziazioni parlamentari, dovrebbe poi affrontare le turbolenze della situazione internazionale, e di quella interna che tranquilla non è, con i vincoli e le disponibilità del bilancio che si approverà in questo fine legislatura.

Se il quadro uscirà terremotato dalle esigenze elettorali, il prossimo governo, quale che sia, avrà di fronte problemi molto complicati.

vitaTrentina

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