“Francesco dei poveri e della misericordia”

E' questa la definizione di Bergoglio – “Francesco dei poveri e della misericordia” – che sta maggiormente a cuore a Luigi Accattoli, commentatore del “Corriere della Sera” e decano dei vaticanisti italiani, premiato recentemente “alla carriera”. Ha dedicato uno studio sulla novità di papa Francesco, pubblicato da EDB col titolo significativo “Vescovo di Roma: gli esordi di Papa Francesco” – in cui sottolinea la discontinuità della figura papale che Bergoglio propone, rispetto non solo a Benedetto ma all’insieme degli ultimi quattro papi “conciliari”; e i contenuti a volte sorprendenti della sua predicazione. Evidenzia a proposito la riforma del governo della Chiesa, quella del linguaggio e quella degli atteggiamenti sono le promesse coinvolgenti di questo avvio di pontificato. “In questo volumetto – spiega Accattoli anche nel suo seguitissimo blog – abbozzo una collocazione storica di questo Papato a mezzo secolo dal Concilio e da Medellin e chiamo in causa il lascito della Conferenza di Aparecida (2007) che è la carta di identità del papa argentino”.

“Da romano di adozione, mi rallegro d’avere un papa che si presenta innanzitutto come vescovo di Roma – continua – . Il suo impegno per una Chiesa missionaria e povera, la sua disponibilità a prestare servizio in prima persona nell’ospedale da campo in cui vorrebbe trasformata la comunità cristiana ci dicono insieme la persona e il programma. Egli vuole che il Vangelo della misericordia abbia il primo posto nella predicazione della Chiesa, che dovrebbe trovare un nuovo equilibrio tra primo annuncio e richiamo ai valori non negoziabili”.

Accattoli segnala come novità più vive tra tutte il monito a non fare del Vangelo un’ideologia e a non proporre la fede con i toni e metodi di chi mira a condizionare le scelte di vita delle persone che non l’accolgono. S’interrogo infine “sulla fonte di quell’allegria manifesta e debordante di cui Francesco dà prova ogni volta che svolge il compito dell’annunciatore: azzardo l’idea che gli venga dall’affidarsi – secondo la pedagogia dell’indifferenza ignaziana – alla spensierata e imprevidente volontà divina”.

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