Cinema. Il confronto tra culture in scena a Trieste

Il trio di adolescenti cantanti, protagonista del film vincitore, “Sonne” (“Sole”) dell’irachena Kurdwin Ayub

Un trio di adolescenti cantanti, di cui una di origini curdo-irachene che indossa l’hijab, il velo islamico, che impazza su YouTube a ritmo di pop e rock. Provocando, come tipico della Rete, commenti su commenti, non lasciando comunque indifferenti. Specchio della contemporaneità, del frullato di culture che la caratterizza, a cui solo certa politica retriva, non esclusivamente in Italia, non dà ascolto per fini di breve respiro. Ambientato nella Vienna dei giorni nostri, “Sonne” (“Sole”), dell’irachena, ma vive in Austria, Kurdwin Ayub, ha vinto il 34o Trieste Film Festival che, organizzato da Alpe Adria Cinema e diretto da Nicoletta Romeo, propone il meglio del cinema dell’Europa centro orientale e dei Balcani occidentali che purtroppo rara attenzione trova nella distribuzione italica.

Alcuni dei lavori in concorso hanno messo in scena quello che è “il tema” di questi anni confusi. Cioè il confronto e a volte scontro tra culture diverse determinato dal fenomeno migratorio e pure i traumi e anche i ribaltamenti di ruolo, specialmente tra le seconde generazioni dentro i processi di integrazione (in “Sonne”, la musulmana Yesmin si presenta a capo scoperto e minigonna ad una festa tradizionale curda mentre le amiche “austriache” Nati e Bella indossano l’hijab e l’abito lungo). Una complessità a cui l’Europa politica spesso risponde non sapendo far altro che erigere barriere, non solo ai confini, ma anche tra comunità. Sorda alla realtà e a chi, invece, promuove percorsi all’insegna dell’accoglienza e naturale ibridazione, pur con tutte le difficoltà e le distorsioni dei singoli casi.

Come miglior documentario è stato premiato l’autobiografico “Scene con mio padre” dell’olandese-croata Biserka Suran. “Mio padre ed io – riflette la regista – abbiamo intrapreso un viaggio simbolico attraverso lo spazio e il tempo nel nostro Paese di provenienza, la ex Jugoslavia, in un universo che assomiglia al limbo di molti migranti. Ho cercato di mostrare come un rapporto difficile con il proprio Paese e la propria storia possa condizionare anche la relazione con le persone più care”. Menzione speciale, tra i doc, al notevole “Fragile Memory” (Memoria fragile) del giovane ucraino Ihor Ivan’ko. Il regista interroga il nonno, la cui memoria sta ormai svanendo, Leonid Burlaka, direttore della fotografia agli studi cinematografici di Odessa negli anni Sessanta. Tra spezzoni di film d’epoca sovietica e filmini familiari Ivan’ko propone uno spaccato intimo che si affianca e interseca con una realtà ormai dissolta componendo un quadro di straordinaria efficacia e suggestione.

L’amore non è un’arancia” della moldava Otilia Barbara (Premio Cei) racconta invece con cura e intelligenza il rapporto che correva negli anni Novanta, scomparsa l’Unione Sovietica, tra le donne moldave che arrivavano nelle case italiane e le famiglie d’origine. Se le prime spedivano a casa beni di prima necessità e voluttuari, oltreché soldi, i mariti, i figli, i padri e le madri mandavano in Italia i filmini di famiglia in Vhs per cercare di mantenere un legame dal futuro incerto. Un lavoro, quello della regista moldava che vive a Bruxelles, in cui “le donne si sono involontariamente ritrovate a compiere la transizione dal comunismo al capitalismo”. Tra i film a soggetto, menzione speciale per il drammatico e autobiografico “Safe Place” (Un posto sicuro), diretto e interpretato da Juraj Lerotic, nato in Germania ma di origini croate, sul suicidio del fratello che sconvolge la vita di una famiglia. Ambientato tra Zagabria e Spalato è, nello stesso tempo, un duro atto d’accusa nei confronti del servizio sanitario.

Nota dolente del Festival la programmazione, incomprensibile. Nei primi giorni nessuna proiezione di film, doc e corti in concorso. Solo rassegne, ad esempio sulle registe ucraine e proiezioni speciali. Con successivo intasamento delle “pellicole” in concorso, allo stesso orario e in sale diverse, con l’impossibilità di recuperare le opere perse non essendo previste repliche. Un ripensamento pare auspicabile.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina